|
        
|
Andare ai resti
Banditi, rapinatori, guerriglieri
nell'Italia degli anni Settanta
di Emilio Quadrelli
 |
Il
libro
Sul finire degli anni Sessanta si materializzano, nell'area del triangolo
industriale italiano, sullo sfondo del lavoro di fabbrica, gang giovanili
che, in breve tempo, evolveranno in temibili "batterie" di rapinatori.
Per tutte basti l'esempio della mitica "banda Vallanzasca".
La linea di condotta di questi banditi metropolitani era tutt'altro che
estranea ai modelli culturali dei quartieri operai e proletari, così
come il loro stile esistenziale assolutizzava quell'impazienza e assenza
di mediazione che caratterizzerà le generazioni degli anni Settanta.
Nel gergo pokeristico "andare ai resti" significa giocarsi tutto:
in questo modo i rapinatori ostentavano l'imbocco di una via senza ritorno,
una "visione del mondo" fatta propria per oltre un decennio
dalla "meglio gioventù" e formata attraverso la rielaborazione
esistenziale di film e musica come Mucchio selvaggio, Giù la testa,
Sugarland express e Getaway, e poi Janis Joplin, Jim Morrison e i Rolling
Stones. Tra le molte anomalie, rispetto alla criminalità tradizionale,
vi è il ruolo delle donne. In un'epoca in cui, anche negli ambienti
più radicali, le donne erano, nella migliore delle ipotesi, gli
angeli del ciclostile, le donne/bandite conquistavano un'autonomia decisionale
e operativa scomoda sia per il conservatorismo borghese, sia per il progressismo
femminista. Inevitabilmente, quando non muoiono in uno dei tanti conflitti
a fuoco, per le donne e gli uomini delle "batterie" il carcere
diventa un passaggio obbligato. Qui la loro utopia incontra quella dei
militanti rivoluzionari, e in carcere le affinità elettive finiranno
con il riconoscersi. Banditi, rapinatori e guerriglieri, a partire da
un humus esistenziale comune, mettono in campo la critica più radicale
mai portata alle istituzioni totali, che all'interno delle carceri sfocia
nelle innumerevoli evasioni, riuscite o tentate. Quest'epoca, come è
noto, tramonta e si dissolve tra la fine degli anni Settanta e primi Ottanta
nelle Carceri Speciali, e con l'orrendo meccanismo della diffusione del
ciclo dell'eroina, lasciandosi dietro una scia di sangue e di orrori,
in un contesto in cui l'«Anti/Stato» della criminalità
organizzata ritorna a egemonizzare i mondi illegali. I rapinatori e i
guerriglieri che tornano in libertà trovano fuori ad aspettarli
una società fondata sulla lotta fra impotenti e sull'esclusione,
in cui si praticano le stesse forme di controllo disciplinare sperimentate
nei carceri e in cui, dai primi anni Novanta, sono soprattutto gli stranieri
ad assumere l'etichetta di nemico pubblico che un tempo era loro riservata.
Emilio
Quadrelli
Emilio Quadrelli (Genova 1956) lavora come ricercatore al Dipartimento
di Scienze Antropologiche dell'Università di Genova e si occupa
di tematiche relative alla criminalità e all'immigrazione. Ha pubblicato
con Alessandro Dal Lago La città e le ombre. Crimini, criminali,
cittadini (Feltrinelli 2003) ed è appena uscito per le nostre edizioni
Gabbie metropolitane. Modelli disciplinari e strategie di resistenza.
Un assaggio...
In questo testo, intrecciando esistenze apparentemente incompatibili,
ho cercato di raccontare una storia degli anni Settanta. Sul finire del
decennio precedente sorgono in Italia, soprattutto nell'area del triangolo
industriale, forme di «criminalità» che sfuggono ai
tradizionali e in fondo rassicuranti ambiti della devianza e della criminologia.
Sullo sfondo del lavoro di fabbrica e d'officina nascono gang giovanili
che, in breve tempo, evolveranno in temibili «batterie» di
rapinatori, un fenomeno sostanzialmente ignorato dalle scienze storiche
e sociali. Eppure la linea di condotta di questi banditi metropolitani
era tutt'altro che estranea ai modelli culturali prevalenti nei quartieri
operai e proletari, così come il loro stile di vita prefigurava
quell'impazienza e quel rifiuto della mediazione che, in breve tempo,
caratterizzeranno una quota non indifferente delle generazioni degli anni
Settanta. A ben vedere «andare ai resti», modo con il quale
i rapinatori ostentavano l'imbocco di una via senza ritorno, può
considerarsi la «visione del mondo» che ha fatto da cornice
a un'intera generazione. Uno stile di vita che, come molte «storie
di vita» riportate nel testo confermano, si era formato attraverso
la rielaborazione culturale ed esistenziale di film e di esperienze musicali
che, a ragione, possono ben considerarsi il background culturale di questa
anomala generazione. Inevitabilmente, quando non muoiono in uno dei tanti
conflitti a fuoco, per le donne e gli uomini delle «batterie»
il carcere diventa un passaggio obbligato. È qua che la loro utopia
incontra quella dell'orda d'oro dei guerriglieri; ed è in carcere
che le affinità elettive finiranno con il riconoscersi. Banditi,
rapinatori e guerriglieri, a partire da un humus esistenziale comune,
saranno i protagonisti della più radicale messa in mora delle istituzioni
totali che la storia di questo paese ricordi. Una critica che costituisce
lo sfondo sul quale si snodano gran parte delle storie qui raccontate.
Un'epoca che tramonta e si dissolve tra la fine degli anni Settanta e
i primi Ottanta, per diventare una storia residuale che tra le mura autoreferenziali
delle carceri speciali si consuma drammaticamente lasciandosi dietro una
scia di sangue e orrori. È in questo frangente che la criminalità
organizzata ritorna a esercitare il suo ruolo tradizionale all'interno
delle carceri e a egemonizzare i mondi illegali. Un'egemonia resa possibile
dalle repentine trasformazioni sociali che il «ciclo dell'eroina»
aveva impresso all'esterno. L'eroina dissolve, frantuma e annienta quella
base sociale e urbana nella quale banditi e guerriglieri si erano formati,
finendo con l'imporre sul territorio quel processo di desocializzazione
e individualizzazione degli stili di vita che il «ciclo legale del
capitale», ristrutturando le fabbriche e le officine, stava realizzando
sui luoghi di lavoro. Il risultato, in carcere come fuori, sarà
l'instaurarsi di un modello sociale tipicamente hobbesiano (la guerra
di tutti contro tutti) e la rinuncia ad appartenere a un tempo storico
declinato sull'utopia in cambio di una realistica accettazione della sua
dimensione pragmatica. Nel libro è presente, benché raccontare
una storia fosse un mio obiettivo preciso, anche un'altra ambizione: analizzare
il modo in cui il carcere si è modificato nel corso degli ultimi
trent'anni. Infatti, sebbene le storie dell'anomalia barbara si siano
concluse da tempo, le procedure carcerarie, nella nostra società,
continuano a esercitare un ruolo non secondario. Non per niente questa
è stata ribattezzata come la società del grande internamento.
Il carcere, attualmente, non sembra ridurre la sua presenza, piuttosto
il contrario. L'apparente e ottimistica pacificazione politica e sociale
di qualche tempo addietro sembra aver lasciato il campo a una guerra senza
quartiere, anche se con gradualità diverse, nei confronti delle
varie forme di esclusione sociale, quantitativamente sempre più
rilevanti nella nostra società. Per questi motivi il libro non
può che chiudersi sul presente e sugli stranieri che del mondo
carcerario sono diventati i principali abitanti.
(dall'Introduzione)
|