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Il mondo è piccolo o le carceri sono un vero crocevia di umanità
autentica. Angelo Froglia e Horst furono compagni di
cella per un certo periodo. Insieme, condividevano l'amore per l'arte
e un certo gusto sbeffeggiatore contro intellettuali e critici prezzolati.
Horst, saputa la notizia della sua morte, aveva espresso il desiderio
che fosse ricordato: ragazzo del popolo, compagno meraviglioso, ironico,
creativo e pieno di fantasia, nonché suo grande amico. Così
lo ricordiamo... >>
1984.
I falsi Modì seppelliti da una risata
L'infortunio dei critici a Livorno
Giorgio
Calcagno su "La Stampa" 13 agosto 2004
C'era un
po' di sorriso per tutti gli italiani, nel luglio 1984. In casa di Enzo
Tortora si sorrideva perché il presentatore aveva riconquistato
la libertà, dopo l'iniqua vicenda giudiziaria in cui era stato
coinvolto, innocente. In casa di Norberto Bobbio e di Carlo Bo si sorrideva
perché i due illustri studiosi erano stati nominati senatori a
vita. In tutta Italia si sorrideva per il colpo ideato da Karol Wojtyla,
che se ne era andato in incognito con Sandro Pertini sull'Adamello, dove
il Presidente si era divertito per oltre un'ora a veder sciare il Papa.
E c'era un luogo, sopra tutti gli altri, dove non ci si limitava a sorridere,
perché ci si preparava alla festa: Livorno, dove la signora Vera
Durbé aveva speso tutte le energie per allestire una mostra di
Modigliani, nel centenario della nascita (12 luglio 1884). Il più
illustre livornese del Novecento, schernito e praticamente cacciato dalla
sua città quando si stava affacciando alla ribalta artistica europea,
emigrato, e morto, a Parigi, doveva tornare a Livorno con tutti gli onori.
La Durbé, conservatrice del Museo progressivo di arte moderna,
da anni andava preparando lo squillo di tromba che avrebbe stupefatto
il pubblico mondiale; attendeva solo che la preda cadesse nella rete,
da lei tesa.
La mostra,
sul tema "Modigliani e la scultura", veramente, si era aperta
fra cauti omaggi di rito e non nascoste perplessità della critica.
Delle 26 sculture modiglianesche esistenti nel mondo ne erano arrivate
a Livorno solo quattro: bellissime, come tutti osservarono, e insufficienti
a definire un profilo dell'artista, conosciuto soprattutto per la pittura.
Tanto è vero che la curatrice, con l'aiuto del fratello Dario Durbé,
sovrintendente alla Galleria d'arte moderna a Roma, aveva dovuto colmare
i vuoti con disegni e dipinti: altrettanto ammirati, quanto estranei al
tema scelto.
Ma Vera Durbé aveva in serbo l'asso, da gettare sul tavolo, per
sgominare i dubbiosi. Bastava cercare nel Fosso Mediceo, dove l'artista,
sconfortato dai giudizi dei suoi concittadini, prima di lasciare per sempre
la sua città, aveva deciso di buttare le proprie sculture: come
uno dei detrattori, per dileggio, gli aveva suggerito. L'episodio risaliva
al 1909: toccava ora a lei riportare quelle opere alla luce. Amedeo Modigliani
si sarebbe preso, grazie alla sua vestale, la rivincita che da 75 anni
gli spettava.
L'operazione fu assecondata dal Comune di Livorno (giunta Pci), che non
lesinò i mezzi, sperando in un ritorno economico, per una città
che non conosceva la voce turismo. L'opinione pubblica manteneva le sue
incertezze. Sul ponte del Fosso, dopo un primo momento di curiosità
che aveva richiamato una piccola folla attorno alla draga, rimase, caparbia
e irriducibile per una settimana, la sola Durbé. Ma quando la scavatrice,
l'ottavo giorno, tirò su una testa in granito, seguita a poche
ore da una seconda in pietra serena, fu un grido di vittoria, per tutti.
Di chi erano quelle teste? Di Modigliani, naturalmente; e chi altri poteva
averle scolpite, con quelle linee dure, quei tratti barbarici, che avevano
tanto disgustato gli artisti livornesi del primo Novecento? Non applaudirono
solo gli uomini del Comune, che su quella scommessa avevano giocato la
loro carriera politica. Applaudirono, non obbligati, e spesso poco informati,
i grandi maestri della critica: Argan, Brandi, Ragghianti, Enzo Carli...
L'antologia dei giudizi che corsero sui nostri quotidiani avrebbe riempito
uno sciocchezzaio da fare invidia a Flaubert.
Quelle sciocchezze vennero prese per oro purissimo da chi aveva tutto
l'interesse a crederci. E mentre le prime due teste, - ripulite, certificate
e catalogate -, entravano con ogni rispetto nella rassegna di Villa Maria,
ne venne fuori una terza, assai più grande delle prime due. Il
Fosso era generoso.
Ormai la conservatrice livornese sembrava aveva vinto la sfida, accorrevano
visitatori da ogni parte d'Italia (50 mila in venti giorni), giornalisti
e troupes televisive dall'America e dal Giappone. La giornata trionfale
era programmata per domenica 2 settembre, nella sede della mostra, per
la presentazione del libro che doveva consacrare il valore mondiale della
scoperta.
Nessuno, fra tanta claque - insensibile alle opinioni contrarie - si era
accorto che il tempo del sorriso stava per finire. Mentre a Villa Maria
si stappavano le bottiglie, un piccolo comunicato Ansa faceva scivolare
nei bicchieri una dose micidiale di veleno. Tre studenti livornesi - Pietro
Luridiana, Pierfrancesco Ferrucci e Michele Guarducci - avevano dichiarato
a Panorama di essere gli autori della seconda testa pescata dalla draga
nel Fosso: scolpita da loro per gioco, con il Black & Decker.
A confermare il colpo, il settimanale milanese, quando arrivò in
edicola, mostrava anche la fotografia dei ragazzi in giardino, al lavoro
su una pietra di arenaria. Era davvero quella tirata fuori dal Fosso?
Poteva ancora essere lecito dubitarne, almeno a Livorno. I dubbi caddero
quando gli autori della beffa si presentarono poche sere dopo alla televisione,
in ora di massimo ascolto, e ripeterono il loro esperimento dal vivo,
davanti a oltre dieci milioni di italiani.
Ci fu resistenza, da parte di chi non si rassegnava alla sconfitta. Persa
una testa, ci si trincerò dietro le altre due, che quei ragazzi
non avrebbero mai potuto fare, come sostennero, impenitenti, alcuni dei
critici già finiti nella trappola. La trincea tenne, a fatica,
per una decina di giorni: fin quando venne allo scoperto l'autore degli
altri due falsi. Si chiamava Angelo Froglia, era un lavoratore
portuale, militante della sinistra estrema, con animo di artista e qualche
esperienza non vile con lo scalpello. "Volevo far sapere come nel
mondo dell'arte l'effetto dei mass media e dei cosiddetti esperti possa
portare a prendere grossissimi granchi", dichiarò. I "cosiddetti
esperti" erano ridotti al silenzio.
Il sorriso era proprio finito, all'inizio di settembre, e non solo a Livorno.
Il dollaro stava arrivando a 2000 lire; il ritorno in città dopo
le ferie si era scontrato con una serie di rincari, a partire dal latte;
le statistiche dicevano che da gennaio ad agosto i morti per droga erano
saliti da 176 a 255 rispetto allo stesso periodo dell'anno prima. Ma quella
beffa del Fosso che aveva fatto piangere tanti incauti baroni dell'accademia,
avrebbe provocato una risata salubre. Una risata a catena, per tutta l'Italia.
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