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Presentazione
del libro "Ormai è fatta!", Bertani ed. 1976
Per
molto tempo i giornali hanno descritto Horst il "rapinatore gentile",
"il bandito cortese", lo trattavano persino con simpatia perché,
rapinando banche, lo faceva con assoluta mancanza di violenza, usando
rivoltelle giocattolo e ringraziando con un sorriso.
La sua prima arma vera Horst l'ha usata in carcere, a Fossano, e gli stessi
giornali hanno scritto che era un bandito sanguinario, un uomo violento
e senza pietà. Pochi giornali però hanno messo in evidenza
che "il rapinatore gentile" era stato condannato a trent'anni
di carcere e che la sua violenza era forse solo esasperazione per essere
stato messo in un vicolo cieco senza più alcuna speranza per il
futuro.
Io conosco Hosti (noi lo chiamiamo così) da ormai vent'anni e sono
orgogliosa d'essere la sua compagna. Perché? Perché, conoscendo
Hosti, come uomo, conoscendo il suo animo, la sua personalità,
sapendo per quali strade è giunto al punto dove si trova, i miei
occhi, il mio cuore vedono in lui l'uomo migliore del mondo.
Quando lo conobbi non avevo ancora sedici anni e lui ne aveva diciassette.
Hosti faceva l'impiegato e alla sera andava a scuola, io facevo l'operaia.
Era l'estate del 1956, ero al fiume con i miei parenti e fu là
che vidi Hosti la prima volta. Rimasi subito colpita da quel ragazzo pieno
di vita che cercava i punti più alti per tuffarsi nel fiume ed
incitava i suoi amici a fare altrettanto.
Ad un certo momento uno dei suoi amici mi indicò a Hosti, lui mi
guardò e lo sentii dire: "Ma dai! Non vedi che è una
bambina?". Mi fece una rabbia! Dopo un po' si rivestì, poi
prima di partire con la sua motocicletta tutta sgangherata venne a sedersi
accanto a me. Ricordo quel giorno come oggi. Hosti indossava un paio di
blue-jeans malandati e una maglietta rossa e mi prendeva in giro perché
facevo la sostenuta.
I miei parenti non volevano che io lo frequentassi, ma noi ci vedevamo
di nascosto. Poi, quando spiegai che faceva l'impiegato e che alla sera
studiava, cambiarono opinione e acconsentirono che ci vedessimo a condizione
che venisse "in casa" e che ci presentasse i suoi genitori.
Vent'anni fa c'erano un sacco di formalismi da rispettare.....
Ricordo che quando Hosti venne per la prima volta in casa nostra era serio
serio e mi disse che si sentiva come un topolino che per mangiare un pezzetto
di formaggio s'apprestava ad entrare in una trappola. Disse però
anche che, dato che il formaggio ero io, nella trappola entrava "quasi"
volentieri. Fu così che cominciò la nostra storia.
Quasi un anno dopo Hosti fu licenziato e la colpa è anche un po'
mia.
Dato che i miei parenti non ci lasciavano quasi mai soli, Hosti escogitò
un trucco: lui telefonava al mio posto di lavoro spacciandosi per mio
cognato e dicendo che ero malata e che non potevo venire a lavorare. Io
telefonavo al suo ufficio dicendo che ero la sorella e raccontando le
stesse bugie. Tutta la giornata la passavamo al fiume o in campagna a
fare l'amore. Un giorno un collega di Hosti ci vide e raccontò
al padrone che non era vero che era malato e Hosti fu licenziato.
Quando mio cognato lo seppe non volle più che vedessi Hosti e mi
mandò a Napoli dai miei genitori, ma io scappai, tornai a Bologna
e mi rifugiai dai genitori di Hosti. La sua mamma mi voleva molto bene
e il suo babbo mi disse che, se ci volevamo bene, era naturale che stessimo
insieme e che lui avrebbe fatto finta di avere due figli. Dopo un po'
i miei genitori diedero il consenso e ci sposammo. Per volere di Hosti
ci sposammo solo con il rito civile e ricordo ancora che il sindaco
scherzò sul fatto che avevamo 35 anni in due e mi regalò
un gran fascio di garofani rossi a nome del comune di Bologna. Il giorno
dopo eravamo entrambi al nostro posto di lavoro: Hosti s'era messo a fare
l'operaio e io avevo ripreso a lavorare nello stesso posto di prima.
Il nostro matrimonio fu uno sbaglio perché eravamo troppo giovani
per affrontare da soli la vita. Hosti era orgoglioso e questo, che è
forse uno dei suoi pregi più belli, io lo consideravo un difetto.
Voleva fare tutto da solo, rifiutava l'aiuto di suo padre che avrebbe
fatto qualsiasi cosa per questo suo figlio così strano, così
pieno di luci ed ombre.
Eravamo pagati entrambi da apprendisti, lavoravamo come degli adulti ma
ci pagavano come dei ragazzi. Ricordo che nei primi tempi Hosti faceva
degli straordinari, lavorava dodici ore al giorno, si sforzava di seguire
dei corsi per corrispondenza per continuare negli studi.
Dopo un po' di tempo Hosti, sempre per il suo orgoglio, non volle più
che mangiassimo con i suoi genitori e la nostra camera da letto diventò
anche la nostra cucina e la nostra sala da pranzo. Ricordo - e lo ricordo
con tenerezza - che il nostro tavolo era una cassa da imballaggio ricoperta
da una tovaglia. In quel periodo io ero felice, i sacrifici non mi pesavano
ed era con gioia che alla sera tornavo a casa per preparare la cena ed
attendere che tornasse dal lavoro il mio Hosti. Stavamo veramente bene
insieme ed Hosti era l'uomo più tenero e gentile del mondo. Però
io capivo che lui soffriva, spesso era serio e triste, si sentiva umiliato
perché non poteva darmi una bella casa, dei bei mobili, dei bei
vestiti.
I suoi genitori m'aiutavano a sua insaputa; spesso la mamma mi dava un
po' di soldi di nascosto, preparava per me la nostra cena, mi comprava
un vestito oppure qualcosa che serviva per la casa.
Hosti non voleva figli e faceva complicati calcoli sul calendario per
stabilire i giorni nei quali doveva fare attenzione. Ogni tanto litigavamo
ma erano cose normali tra due giovani e facevamo sempre la pace.
Hosti non usciva mai da solo alla sera, stavamo sempre in casa a fare
l'amore, la nostra settimana era una lunga attesa della domenica per potere
avere una giornata tutta per noi. Spesso Hosti si sfogava con me facendomi
lunghi discorsi che io non capivo. Mi parlava delle ingiustizie che ci
sono al mondo, della povera gente che era sempre solo sfruttata, mi parlava
d'una società futura nella quale tutti gli uomini sarebbero stati
uguali e dove l'unica legge sarebbe stata quella dell'amore e della fratellanza.
Quando io gli dicevo che era troppo bello, che era un sogno, che una cosa
del genere non si sarebbe mai realizzata, lui si arrabbiava e mi diceva
che non bisognava solo abolire le classi come diceva suo padre, ma che
bisognava abolire anche la famiglia che secondo lui era un nucleo d'egoismo
ed era alla base d'ogni disuguaglianza e che al posto di tante famiglie
bisognava formare un'unica grande famiglia nella quale tutti erano uguali
e ognuno doveva fare parte di tutto.
Io non lo capivo il mio Hosti quando diceva queste cose, ma oggi il mio
Loris, nostro figlio, fà gli stessi discorsi e allora capisco che
suo padre, quasi vent'anni fa, aveva ragione.
La mia vita è il presente e le mie speranze sono nel futuro ed
è con dolore che rievoco questo passato, ma voglio farlo perché
tutti capiscano che Hosti non è mai stato un ragazzo cattivo, che
in lui non ho mai visto la minima crudeltà e che in una società
un po' più giusta anche noi avremmo potuto essere felici.
Hosti cominciò a fare degli sbagli e ogni nuovo sbaglio era la
conseguenza di quelli precedenti. Aveva appena diciannove anni quando,
dopo alcuni giorni trascorsi in prigione, tentò il suicidio appena
ritornato a casa.
Fu salvato per miracolo, ma si rinchiuse ancora di più in sé
stesso. In quell'occasione mi aveva scritto una lunga lettera di giustificazione,
era una dura accusa alla società nella quale eravamo costretti
a vivere. Mi dispiace d'averla strappata perché rileggendola oggi
mi sarebbe più facile capire e fare capire il mio Hosti d'allora.
Hosti continuava a lavorare, ma era insofferente e cambiava continuamente
lavoro: operaio, di nuovo impiegato, rappresentante, pizzaiolo, barista.
Era molto intelligente e data la giovane età, la conoscenza delle
lingue straniere, trovava lavoro con grande facilità ma sempre
per uno stipendio irrisorio.
Due anni dopo il nostro matrimonio nacque il nostro Loris, Hosti aveva
vent'anni. Ricordo la sua gioia di quel periodo. Quando venne aprendermi
all'ospedale per portarmi a casa mi disse: "Annina, devi essere fiera
perché sei tu che hai fatto questo bambino!". Un giorno mi
fece venire nel bar dove lavorava perché voleva che tutti vedessero
nostro figlio. All'anagrafe litigò con un impiegato: Hosti voleva
mettere un nome straniero a nostro figlio, ma allora era ancora in vigore
una legge fascista che lo vietava. Dopo aver rischiato di prendere una
denuncia per oltraggio a pubblico ufficiale, ripiegò sul nome Loris
per nostro figlio. Quando tornò a casa mi disse che nella nostra
bella società democratica non si ha neppure il diritto di mettere
al proprio figlio il nome che si desidera.
Passati i tre mesi dopo il parto, decisi di riprendere il mio lavoro,
dato che lo stipendio di Hosti non bastava per noi tre. Hosti non volle,
disse che, anche se aveva l'età d'un ragazzo, aveva il diritto
allo stipendio d'un padre di famiglia e che avrebbe dovuto bastare il
suo lavoro. Cominciò a portare a casa più soldi del solito,
comprammo i nostri primi mobili, ricordo la gioia di Hosti quando mi comprò
un vestitino, il primo da quando eravamo sposati.
Dopo alcuni mesi l'arrestarono sotto l'accusa d'avere rapinato un ufficio
postale. Loris aveva sei mesi, io diciannove anni.
Hosti dovette stare in carcere ben cinque anni. Mi è molto penoso
ricordare quel periodo. I nostri rapporti si guastarono ed io tornai a
Napoli dai miei genitori con Loris. Fu un periodo molto difficile per
me e ne ricordo solo umiliazioni e dolori.
Mi ammalai gravemente e fui anche ricoverata in una clinica per malattie
nervose e mentali. Quando Hosti fu liberato, io stavo veramente molto
male. Avevo disturbi alla vista e all'udito, forse causati dagli innumerevoli
elettro-schock che m'avevano fatti, ero strana.
Tornai a Bologna e stetti un po' con Hosti in casa con i suoi, rimasi
incinta... Poi decidemmo che sarei tornata a Napoli dai miei per proseguire
le cure. Lui doveva stare a Bologna perché era in libertà
vigilata, avrebbe trovato un lavoro, un appartamento per noi, dopodiché
io sarei tornata a Bologna.
Ma non fu così. L'incomprensione sorta tra me e Hosti continuò
a tenerci divisi. Iniziammo le pratiche per la separazione legale, io
fui di nuovo ricoverata in clinica, ma questo Hosti lo seppe solo molti
anni dopo. Non seppe neppure che fui ricoverata due volte per un distacco
della retina all'occhio sinistro.
Hosti si era messo a rapinare banche e un giorno seppi che l'avevano arrestato
a Genova.
[...]
La mamma di Hosti morì che lui era in carcere. Dopo pochi mesi
Hosti evase. Da quel momento e per lungo tempo ebbi sue notizie solo dai
giornali.
Due - tre volte al mese l'accusavano di rapina in banca, i giornali parlavano
lungamente di lui, lo chiamavano "La primula bolognese" "il
rapinatore gentile" ecc.
Sembrava che Hosti volesse sfidare da solo il mondo intero, scriveva lettere
di scherno alla polizia perché non riuscivano ad arrestarlo. So
che in quel periodo Hosti ha cercato più volte di vedere i ragazzi
(...), ma noi non abitavamo più a Napoli e lui non lo sapeva. Dopo
un po' di tempo i giornali smisero di parlare di lui, si pensava fosse
andato all'estero.
Infatti, circa due anni dopo l'arrestarono in Francia. Riuscì a
fuggire pochi mesi dopo, ma lo ripresero subito. Ci riprovò di
nuovo e allora lo seppellirono a Clairveux, il peggior carcere francese.
Questi anni sono stati duri per Hosti e per me. Io ho fatto ogni genere
di lavori, anche la donna di servizio nelle case dei padroni. Quando l'umiliazione
prende alla gola, allora si sente il desiderio di ribellarsi e se non
lo si può fare è perché ci sono due figli da tirare
su, almeno però si comincia a riflettere e anche se non si capisce
granché di politica non è difficile individuare le cause
d'un'ingiustizia che si è sperimentata sulla propria pelle. Molti
direbbero (e lo dicono) che la causa d'ogni dolore è Hosti e per
un po' di tempo l'ho pensato anch'io, ma non è così, le
cause vanno ricercate in una società che accetta solo schiavi e
padroni e schiaccia chi non s'adegua a questa regola. Ci sono milioni
di schiavi che non sanno d'esserlo e vivono contenti all'ombra del loro
padrone chiusi nel loro piccolo egoismo.
Certo, se al posto di sposare Hosti avessi sposato un tranquillo impiegato
che ogni mese porta a casa un sicuro stipendio, non avrei conosciuto tanti
dolori e forse mi sarei persino convinta d'essere felice, avrei divisa
la mia esistenza con un morto che crede d'essere vivo e anch'io sarei
stata una specie di cieca con delle bende colorate sugli occhi. Il mio
dolore è frutto dell'amore che porto a Hosti, di questo mio Hosti
del quale forse solo io conosco il vero volto, le qualità più
belle, l'onestà morale, la tenerezza, l'altruismo, la lealtà,
l'intelligenza, l'orgoglio, il coraggio. Se non ci fosse stato questo
amore non ci sarebbe il dolore, ma non ci sarebbe neppure la speranza
che mi fa sentire viva, perché Hosti è meravigliosamente
vivo e trasmette la sua voglia di vivere anche a me e ai nostri figli.
Da quando ci siamo ritrovati, il nostro Hosti è entrato con prepotenza
nella nostra vita. Una dolce prepotenza.
Ricordo, quando fu estradato dalla Francia, il nostro primo colloquio
a Bologna.
[...]
Venne il primo processo a Bologna e seppi che quando gli avevano chiesto
perché mai se la prendesse solo con le banche, Hosti rispose che
a rubare ai poveracci ci pensavano i padroni, quindi lui aveva scelto
le banche.
Hosti non era per nulla cambiato. Non sarebbe cambiato mai. Gentile ma
testardo come un mulo, orgoglioso come sempre. Mi venne in mente il ragazzo
che al fiume sfidava tutti tuffandosi da altezze incredibili.
Gli diedero quasi dodici anni. Smise di andare ai processi e mandava lettere
alla corte dicendo che sino a quando erano in vigore i codici fascisti
lui avrebbe rinunciato a difendersi. In poco tempo mise insieme trent'anni
di carcere. Erano passati pochi mesi dal colloquio di Bologna e lui si
trovava a Fossano quando decisi di andarlo a trovare da sola. A Fossano
non ci sono banconi, si può stare seduti vicini e i colloqui durano
cinque ore. M'accorsi che stare con lui era bello come quando eravamo
fidanzati, m'accorsi che gli avevo sempre voluto bene e che, senza saperlo,
non avevo fatto altro che attendere quel momento. M'accorsi che lui sentiva
quello che sentivo io.
Rimasi a Fossano tre giorni quella volta e ricordo che quando venne l'ora
di partire non mi riusciva d'uscire dal carcere, piangevo come una bambina,
un po' per la felicità ma anche per il dolore di doverlo lasciare
lì dentro adesso che l'avevo ritrovato.
[...]
Vorrei anche essere capace di spiegare cosa hanno rappresentato per me
questi ultimi due anni e mezzo, specialmente dopo i fatti di Fossano e
Sulmona. I lunghi viaggi da un capo all'altro dell'Italia, i colloqui
rifiutati, le liti con carabinieri e procuratori per poter vedere mio
marito all'ospedale, mio marito che forse stava morendo, le perquisizioni
umilianti, le lettere sequestrate, i colloqui di mezz'ora dopo aver fatto
un viaggio di mille chilometri.
Il peso dei disagi sparisce ogni volta che entro nella sala colloqui,
quando il mio Hosti mi dimostra la sua riconoscenza e il suo affetto accarezzandomi
dolcemente i capelli, baciandomi con tenerezza il volto, quando m'accorgo
che la sua gioia è grande come la mia, la sua gioia di stare con
me, con i nostri ragazzi.
Non ho mai avuto vergogna di Hosti perché capisco e giustifico
le sue reazioni a una situazione veramente ingiusta. Sono fiera di lui
per la dignità e il coraggio che dimostra nell'affrontare una situazione
veramente difficile. Da oltre due anni non fanno che trasferirlo, gli
rifiutano cure adeguate con mille pretesti: ancora oggi il mio Hosti ha
in corpo quattro pallottole. Eppure ogni volta che vado a trovarlo è
lui che fa coraggio a me, si preoccupa per la mia salute malferma, per
i miei occhi malati e riesce realmente a darmi coraggio e forza.
In questi anni ho anche imparato tante cose, ho visto tante ingiustizie,
ho visto tante madri, sorelle, compagne di detenuti piangere perché
i loro cari erano maltrattati o perché era stato trasferito chissà
dove senza che la famiglia lo sapesse.
Nelle portinerie delle carceri si trova solo povera gente come me ad attendere,
gente umile, indifesa, proletari che da sempre portano sulle spalle il
peso dell'arroganza del potere.
No, non ho mai sentito vergogna. Rabbia e dolore sì, ma non vergogna.
[...]
Ecco, spero d'avere convinto anche voi sulla bellezza interiore di Hosti.
Certo, quelli che si alzano la mattina per andare in un tribunale con
la borsa piena d'anni di prigione da distribuire, non saranno d'accordo
con quanto ho scritto così come non saranno d'accordo tanti direttori
di carcere.
Ma che importa? Non era certo loro che mi proponevo di convincere.
Anna
Fantazzini
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