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Ergastolo
bianco
Ergastolo bianco
Documenti
24.03.2006
il carcere infinito le case di lavoro
"RIDETE?
AH! IL PROMESSO SHOW,
STATE PER ASSISTERE
AL PIU' AMBITO SPETTACOLO
DAI GIUSTI:
IL ROGO DELL'INGIUSTIZIA!
OH...SUBLIME!
...PECCATO NON VEDRETE,
SIETE LO SPETTACOLO
RIDETE!"
marco
Qualche mese
fa mi è capitato tra le mani una specie di “breve saggio”,
scritto da un detenuto (internato), che ha 47 anni di cui 27 li ha passati
in carcere. Conosco un certo numero di persone che hanno vissuto quella
che è la più orribile istituzione dello stato, del potere,
dei ricchi. Le forme di restrizione alla libertà sono molte, ricordiamo,
ad esempio, i domiciliari che stanno vivendo da tempo alcuni partecipanti
al corteo antifascista che sfilò a Torino in risposta all’infame
attacco al Barocchio conclusosi con due accoltellati. Ci sono molte altre
forme che lo stato usa per limitare la libertà, ma la peggiore
è, a mio avviso, la galera; quest’ultima alle volte cambia
nome, un po’ come tutto ultimamente (la guerra non è più
guerra, ma missione di pace o antiterrorismo). Di galera voglio parlare
e far parlare. Voglio e posso dar voce ad un certo numero di persone che
vivono direttamente o meno il carcere. Mi piacerebbe creare un dibattito,
dare informazione e dar voce e spazio a chi solitamente non a che fare
con i nostri canali (alternativi). Insomma sentire racconti di chi, come
Vincenzo (l’autore del “breve saggio” che ho battuto
riportando fedelmente parola per parola compresi gli errori grammaticali…)
ha vissuto il carcere per parecchi anni; racconti di persone che sono
state in carcere assieme ad Horst Fantazzini, ed hanno vissuto le più
grandi rivolte avvenute nei carceri italiani (ad esempio racconti delle
punizioni avvenute a Volterra dopo la famosa rivolta dove era presente
lo stesso Horst, furono portati a due per volta in corridoio lungo una
decina di metri e largo due che aveva una sola via di uscita, la quale
si trovava dietro le spalle di quindici poliziotti in tenuta antisommossa
armati dell’immancabile manganello) conoscere e vedere le diverse
sfaccettature di cose che forse conosciamo, ma non da diversi punti di
vista; conoscere i più grossi cambiamenti, in termini legali, degli
ultimi anni che hanno cambiato i rapporti umani all’interno delle
carceri (prima i detenuti si sostenevano molto tra di loro, schierati
contro il nemico comune, ora invece ognuno per sé). Beh avete capito
vorrei sapere e far sapere il più possibile, discutere e se possibile
aiutare (conosco persone che vivono e rischiano per aiutare sconosciuti
che “vivono” loro malgrado in galera).
Per ora vi propongo uno scritto sulle case di lavoro, chi lo scrive non
è un anarchico non è nemmeno comunista, ma leggete un po’….
-il titolo è
mio-
Ergastolo bianco
La casa di lavoro
è una misura di sicurezza detentiva, qualche volta viene data in
sentenza come pena accessoria ma il più delle volte è un
aggravamento della libertà vigilata, la danno per abitualità,
professionalità o per tendenza.
L’abitualità comporta come durata minima anni 1 o 2; la professionalità:
durata minima anni 3 e per tendenza durata minima anni 4. Si parla di
durata minima perché non c’è una fine certa. Quando
scade il periodo della durata minima fanno una camera di consiglio per
valutare se hai dato dei segni di reinserimento, se ritengono che ciò
non è avvenuto te l’aumentano e quando termini l’aumento
fanno di nuovo la camera di consiglio e si va sempre avanti di questo
passo finche non pensano che le cose stanno cambiando. Solo una volta
su cento si riesce ad ottenere nel corso della prima camera di consiglio
la revoca totale della misura altrimenti il più delle volte ti
fanno uscire con un anno di libertà vigilata e se trasgredisci
a qualche prescrizione torni in casa lavoro e ricominci da capo la misura
che ti era stata data all’origine. Solitamente si continua di questo
passo per moltissimi anni e per questo motivo viene definita “ergastolo
bianco”. In Italia ci sono quattro case di lavoro: Castelfranco
Emilia (Mo) circa 30 internati; Saliceta San Giuliano (Mo) circa 25 internati;
Sulmana (Aq) circa 50 internati e Favigliana (Tp) meno di 10 internati.
Nel caso durante l’internamento avviene un aggravamento, la stessa
viene tramutata in colonia agricola e vieni mandato in Sardegna Isili
(Nu) circa 20 internati. Saliceta San Giuliano è una struttura
adibita solo a casa di lavoro, ha le stesse modalità di un carcere
ma per fortuna c’è una direttrice (Dallara) che si interessa
agli internati ed è in stretto contatto con il Magistrato di Sorveglianza
e questo da la possibilità agli internati di usufruire spesso di
licenze trattamentali che danno la possibilità agli internati di
potersi trovare un lavoro e di riallacciare i contatti con la famiglia.
Castelfranco Emilia fino a un anno fa era solo Casa di lavoro ma ora ha
solo una sezione perché il resto è diventata casa di reclusione.
Il magistrato è lo stesso di Saliceta ma la direzione si interessa
in po’ meno e gli internati escono con un pochino più di
difficoltà. A Sulmona gli internati si trovano in due sezioni all’interno
della casa circondariale. Le prime licenze si cominciano ad ottenere dopo
4/5 mesi ma sono più brevi di quelle che si ottengono in Emilia
Romagna. Il trattamento è lo stesso sia in nelle sezioni adibite
al carcere che nelle sezioni adibite a casa di lavoro. A Favigliana di
andare in licenza non se ne parla proprio, essendo casa di reclusione
è piena di ergastolani e di persone che devono scontare tanti anni
di carcere. Gli internati li tengono al 3° reparto ma nello stesso
reparto ci sono anche tanti reclusi, il trattamento è lo stesso.
Nel 2004 e nei primi due mesi del 2005, non c’è stato un
internato che sia andato in licenza. Per natale 17 reclusi (anche con
pene alte) hanno ottenuto il permesso premio ma gli internati niente.
Quando sei internato non puoi usufruire dei 90 giorni di liberazione anticipata
che spettano ai detenuti in caso di buona condotta e siccome ti mandano
in casa di lavoro solo dopo che hai scontato per intero la pena che ti
era stata inflitta per i reati che avevi commesso, ti trovi lì
senza alcun reato e quindi l’internato non usufruisce né
di indultino, né di eventuali amnistie e indulti. Come si può
notare dai numeri, gli internati in Italia sono circa 130 e di questi
sono una piccolissima parte che riescono a venirne fuori perché
solitamente si va in casa di lavoro dopo avere scontato una vita di carcere
e durante tutti gli anni trascorsi in carcere quasi tutti hanno perso
i contatti con la famiglia: chi si è lasciato con la moglie e i
figli si sono fatti grandi e vivono una loro vita, chi ha perso i genitori
perché con il passare degli anni si sono fatti anziani e molti
sono deceduti e così via. Oltretutto la popolazione internata è
formata per circa il 50% da persone che in passato avevano o hanno ancora
problemi di alcolismo o di tossicodipendenza. Con tutte le ristrettezze
che ti vengono imposte quando ti mandano in licenza è molto difficile
mettere a frutto quei giorni per costruire qualcosa di buono. Non è
molto facile da spiegare ma è veramente difficile venire fuori
da un ingranaggio che ti stritola giorno dopo giorno. E’ molto difficile
accettare di seguire delle regole quando ci si rende conto che si è
dentro senza alcun reato e anche se la parola “casa di lavoro”
può dare l’idea di qualcosa di meno duro, non è così!
Si è all’interno di una struttura che non ha niente di diverso
dal carcere. I custodi sono gli agenti di polizia penitenziaria e anche
per lavorare si aspetta il turno come in qualsiasi carcere. A Castelfranco
oltre ai soliti lavori che ci sono in ogni carcere (scopino - cucina detenuti
– spesino – e piccola manutenzione interna) c’è
una piccola azienda agricola vi lavorano circa 5 persone è all’esterno
della struttura ma sempre all’interno di un recinto guardato da
un agente e vi lavorano solo persone che già usufruiscono di licenza
e ci vuole il permesso del giudice. Siccome sono in pochi, cercano di
far lavorare un po’ tutti a rotazione. Le ore d’aria sono
le stesse che ci sono in tutte i carceri e fino alle 19 per molte ore
si può stare nei corridoi, sempre con le guardie che ti tengono
d’occhio. Le sbarre delle finestre le sbattono per un controllo
2 volte al giorno, le conte vengono effettuate dal capoposto negli stessi
orari in cui le fanno negli altri carceri. A Saliceta i lavori interni
sono ancora di meno e a parte qualche lavoro di responsabilità,
gli altri lavorano tutti a rotazione (lavori un mese e poi aspetti di
nuovo il tuo turno). A Sulmona sia i controlli che la sorveglianza e il
lavoro si svolgono allo stesso modo sia nelle sezioni detenuti che in
quelle internati. Quando in TV parlano per i vari fatti di cronaca del
supercarcere di Sulmona, non accennano mai al fatto che all’interno
ci sono anche due sezioni per internati. A Favigliana il discorso si differenzia
da tutti gli altri: le sezioni o reparti, si trovano 7 metri sotto il
livello della strada, infatti quando si arriva appena terminano con le
perquisizioni, si scendono delle scale e siccome è tutto sottoterra,
nelle celle non ci sono finestre, le celle danno direttamente sui passaggi,
sia che sei internato o recluso, non fa differenza, a passeggio vanno
insieme detenuti e internati, quando piove non si può uscire dalla
cella perché non esistono corridoi e ai passeggi non esistono tettoie.
Quando piove è anche un problema per il mangiare che passano con
i carrelli perché appena alzano il coperchio, il mangiare si riempie
di acqua. Sia l’educatore che la direzione dicono che non sono preparati
per gli internati ma continuano ad accettare persone in casa di lavoro.
In superficie c’è un capannone adibito a sartoria e tessitoria,
vi lavorano sia detenuti che internati, è sempre un posto recitato
e controllato da agenti. Un po’ più di un anno fa è
andato il Ministro di giustizia “Castelli” senza neanche visitare
tutti i reparti ha detto che come posto era invivibile e che bisognava
chiuderlo, nel giro di due mesi hanno fatto partire circa la metà
dei reclusi, sembrava che chiudeva da un momento all’altro ma poi
una volta trascorso quel momento, le persone sono tornate ed è
di nuovo pieno come prima. Circa 5 mesi fa è venuta in visita un
altra commissione, anche lì hanno fatto sembrare che il carcere
stava per chiudere da un momento all’altro e subito doveva essere
eliminata da quella struttura la casa di lavoro, ne hanno parlato i telegiornali
locali ma poi non è cambiato niente. Le voci dicono che trattandosi
di una piccola isola, d’estate vive sul turismo ma per il resto
dell’anno l’economia dell’isola si basa sul carcere
e quindi finche non faranno una nuova struttura (si dice che presto inizieranno
i lavori) tutto rimarrà così com’è adesso.
Quando durante la casa di lavoro ti arriva una carcerazione definitiva
da scontare, ti sospendono la casa di lavoro, ma non cambia niente, cambia
solo la dicitura in matricola, da internato passi a detenuto. Nonostante
la mia famiglia sia residente a Torino, dopo un lungo periodo trascorso
in casa di lavoro a Castelfranco Emilia, alla direzione arrivarono voci
su un mio probabile cattivo comportamento e mi trasferirono a Favigliana,
fregandosene che avevo una famiglia e che essendo così distante
non avevo la possibilità di fare dei colloqui e nonostante le mie
numerose istanze per ottenere il trasferimento in un istituto un pochino
più vicino, mi hanno sempre risposto di no. Da queste robe si potrà
capire perché uno si incattivisce con certi tipi di istituzioni.
Uno si rende conto di continuare a stare in carcere nonostante abbia pagato
fino all’ultimo giorno le pene inflitte per i reati commessi, in
più ti mandano su un isoletta a 2000 km di distanza e non contano
le leggi previste per gli internati nonostante siano riportate dal codice.
La cosa che ogni internato si chiede è questa: ma possibile che
in tutt’Italia siano sempre e solo noi ad essere giudicati irrecuperabili?
Le case di lavoro furono ideate da Mussolini e vi metteva dentro gli antifascisti
dell’epoca, poi le hanno usate per tutti quelli che erano imputati
per prostituzione e maltrattamenti in famiglia ed ora piuttosto che eliminarle,
si sono inventati nuove categorie da rinchiudervi. Si parla tanto di garantismo
ma questo problema che per gli internati è grosso ma per lo stato
è minuscolo, non viene mai discusso. La maggior parte delle persone
non sanno che esiste la “casa di lavoro” e qualcuno che per
caso ne ha sentito parlare, non riesce ad immaginarsi di cosa si tratta.
-Quello che segue
e un altro scritto di Vincenzo il titolo e suo-
“BEATO “A,,
PINOCCHIO”
Di un articolo letto sulla “Repubblica”, mi ha colpito oltre
al titolo (se Pinocchio finisse in carcere) anche l’interpretazione
della fiaba di Pinocchio.
Noi siamo qui perché siamo stati dichiarati “delinquenti
abituali o professionali”; questi titoli ci vengono assegnati perché
nell’arco della nostra vita abbiamo commesso più di un reato,
peraltro tutti pagati con la galera.
Alcune volte e in alcune città i Magistrati di Sorveglianza supponendo
che forse la nostra indole ci porterà a commettere altri reati
ci da uno, due tre anni di durata minima di misura di sicurezza detentiva,
chiamata Casa di Lavoro.
Siamo un centinaio in tutta Italia, per chi non sa potremmo sembrare i
più cattivi d’Italia e invece se viene qualcuno a farci visita
si accorge che il nostro non è neanche un mondo carcerario, è
un sottomondo.
A Castelfranco Emilia siamo una ventina, quasi la metà è
senza famiglia e quindi manca loro persino l’affetto di una persona
cara, quasi tutti abbiamo problemi di tossicodipendenza o di alcolismo,
però quello che ci provoca inquietudine è sapere che non
è un obbligo metterci in carcere senza reato, perché fuori
come noi ce ne sono centomila! E sono fortunati in quanto abitano in città
dove i Magistrati di Sorveglianza capiscono che la Casa di Lavoro, nonostante
il nome possa trarre in inganno, è un carcere a tutti gli effetti.
Quindi non ritengono opportuno confinare all’interno di queste strutture
persone che forse domani commetteranno un reato.
A quest’ora Pinocchio sarebbe il mio vicino di cella, perché
ne combina una dietro l’altra e ogni volta si pente e giura di non
farlo più, ma ogni volta ci ricasca.
Cap.V: “Il Grillo Parlante aveva ragione. Ho fatto male a rivoltarmi
al mio babbo e a fuggire da casa…..”.
Cap.VIII: “Vi prometto, disse il burattino singhiozzando, che da
oggi in poi starò buono…..”.
CAP XVII: “Oh! Ma un’altra volta non mi farò tanto
pregare! Mi rammenterò di quei conigli neri, con la bara sulle
spalle….”
CAP.XX: Liberato dalla prigione, dice fra sé e sé, “Ma
da questa volta in là, faccio proponimento di cambiare vita e diventare
un ragazzo ammodo e ubbidiente….”.
CAP.XXI: Acchiappato mentre ruba l’uva moscatella, piange, : “Un’altra
volta non lo farò più….”.
CAP.XXIII: “Perché non sono morto io, che sono tanto cattivo?….Voglio
stare sempre col mio Babbo e non lasciarlo più, più, più!”.
CAPXXV: “Da oggi in poi voglio mutare vita!”.
CAP.XXIX: “Io sono un monello, che prometto sempre di correggermi
e non mantengo mai!…”.
CAP.XXX: “Ma ora non ci ricasco più!…”.
Perfino la Fata perde la pazienza ad un certo punto: “Anche per
questa volta ti perdono, ma guai a te se ne fai un’altra delle tue!…”.
Ma la fata ha un principio saldo: “Dai ragazzi buoni di cuore, anche
se sono un po’ monelli e avvezzati al male, c’è sempre
da sperare che rientrino sulla vera strada:
Come possono una piccola parte dei Magistrati di Sorveglianza ergersi
alla stregua di Dio: - Va e non peccare più!!-.
Fanno ridere perché, per gettare fumo negli occhi o per cattiveria
pura marchiano come pericolosi sociali un centinaio di persone senza chiedersi
come mai nell’ultimo decennio la popolazione detenuta è raddoppiata:
da trentamila è passata a sessantamila!!.
Meno male che Pinocchio non ha trovato il mio Magistrato di Sorveglianza,
altrimenti a quest’ora sarebbe il mio vicino di cella… alla
“12” della sezione bronx!!
Vincenzo
Vincenzo ha scritto
tutto ciò per informare, per far sapere. Voleva usare qualsiasi
canale e non aveva e non ha paura di firmare col suo nome e cognome, (ho
deciso io di non mettere il suo cognome essendo fortemente perseguitato
dalla legge). Quando presi in mano le pagine da lui scritte vennì
a conoscenza del fatto che dovevano arrivare in mano ad un giornalista
della Repubblica (di cui non faccio il nome per rispetto di una persona
a me cara che purtroppo ha dei rapporti con lui) che, a suo dire, le voleva
pubblicare e commentare; per me fu inutile, poi ho un profondo odio per
il giornalismo e quindi per i giornalisti servi nelle mani dei potenti,
inventori folli di realtà inesistenti, “deformatori”
laureati della verità…infami è il giusto epiteto.
Ma ovviamente nessuno pubblicò l’articolo. Lo faccio io (anche
se non posso essere sicuro che nessun giornalista non lo pubblichi in
futuro, dato che il testo originale è stato restituito). Spero
giri in più canali possibili, spero si crei un dibattito e spero
non rimanga una goccia…spero in un acquazzone, io da parte mia butterò
altra acqua…
HO UN SOGNO NEL CUORE,
UN PENSIERO, LA CHIAMANO UTOPIA...L'ANARCHIA!
PER UN MONDO SENZA GALERE...
A.C.A.B.
marco “pino”
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