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Estratti da: Xosé Tarrío Gonzáles,
Huye hombre huye, Diario di un prigioniero F.I.E.S., Edizioni
La Caffettiera, 2000
Huye hombre huye è la storia dell'infinita permanenza in carcere
di Xosé Tarrío González, entrato in galera per scontare
un breve periodo detentivo e finito ad accumulare condanne su condanne
da scontare nelle peggiori carceri spagnole in regime Fies. È anche
la storia di un continuo tentativo di evsione, di una continua ribellione
e della scelta di non rassegnarsi mai alla prigionia, anche quando il
carcere assume il volto di una vera e propria tomba per vivi.
Si avvertiva
un clima prossimo alla violenza, perciò ricevemmo la visita di
un ispettore della Direzione Generale delle istituzioni penitenziarie.
Da ogni modulo vennero scelti due detenuti per dialogare ed esporre i
problemi di tutti gli altri. Io ed un altro compagno andammo come portavoce
del modulo 1. Il dialogo si svolse in un ufficio dell'infermeria, il mio
compagno entrò per primo mentre io aspettavo scortato da un paio
di secondini. Concluso il colloquio con il mio compagno, entrai nell'ufficio.
Vi era un uomo ben vestito e scrupolosamente pettinato che mi sorrideva
apertamente con un sorriso di facciata. Pretendeva creare un clima di
fiducia tra noi. Mi salutò:
- Salve, come va?
Mi sedetti di fronte a lui e gli risposi, cortese:
- Salve.
- Lei è Xosé Tarrìo, vero? - domandò
consultando una lista di nomi, che aveva annotatati su un foglio.
- Sì, vengo dal modulo uno.
- Bene, bene. Sono venuto per vedere se avete qualcosa da dirmi. Qui è
morto uno di voi per una pugnalata e noi vogliamo sradicare questo ed
altri aspetti del carcere di Daroca, che è sempre stato molto problematico.
Come si vive qui?
- Male, rispondendo all'ultima domanda. Per il resto, la violenza esiste
e continuerà sempre ad esistere finché le carceri manterranno
atteggiamenti repressivi così selvaggi e insisteranno nel tenere
tutti i detenuti in uno stesso luogo, senza prendere in considerazione
altri aspetti umani, perlomeno quelli logici.
- Quali aspetti? - mi interruppe.
- I detenuti devono scontare la condanna nelle loro rispettive comunità,
per evitare conflitti campanilistici e l'abbrutimento che in tutti noi
provoca lo sradicamento familiare. D'altra parte non ci sono laboratori,
né altre attività. La gente trascorre tutta l'ora d'aria
nel patio, senz'altro intrattenimento che camminare. Trascorriamo ventidue
ore su ventiquattro rinchiusi in cella, e così tutti i giorni della
settimana, del mese e dell'anno. Ci vengono proibite le visite vis a vis,
mentre ci portiamo sulle spalle anni di separazione dalla famiglia o senza
avvicinare una donna. Ciò genera violenza, signore, in uomini che
per la maggior parte sono condannati a lunghi. anni di carcere.
Feci una pausa per prendere respiro e riordinare i pensieri. Poi continuai:
- Noi detenuti di primo grado siamo già conflittuali, per questo
ci rinchiudono qui; cosa si spera di ottenere se poi ci sottopongono ad
un regime degradante e se ci opprimono nei bisogni fondamentali? Qui non
funziona nemmeno l'infermeria. Vi sono i detenuti malati di AIDS in moduli
senza una concreta assistenza medica, quella di questa prigione è
pessima. Per ottenere una semplice palestra abbiamo dovuto distruggere
il carcere intero, il che dimostra che a volte questa violenza è
efficace e, se non lo è, perlomeno è l'unica strada che
ci lasciano. Pestano noi detenuti per meschinità e questo, signore,
non aiuta. Io non dico che voi fomentate la violenza di proposito, ma
non riuscite a vedere la realtà dalle vostre comode sedie ed a
causa dell'inesperienza umana. Noi detenuti sì che vediamo tutto
questo insieme di cose che ci abbrutiscono giorno per giorno, fino a renderci
crudeli e perfino insensibili.
- Diamine! Lei non lascia una via d'uscita. Vede le cose da un'ottica
molto negativa, Tarrìo. Qualcosa di buono lo faremo, no? - mi interruppe
di nuovo, mentre la sua mano destra giocava con una bic.
Risposi cinicamente:
- Guardi, ignoro il motivo per cui è venuto qui, ma non sarò
io a fare l'apologia del terrorismo carcerario che voi utilizzate per
punirci. Nel 1980 c'erano ventimila detenuti nelle carceri spagnole, oggi
ne avete quarantamila. Sinceramente, credo che siete degli incompetenti
per non aver saputo risolvere un problema sociale del quale siete stati
incaricati. Da quanti anni vi portate dietro gli stessi problemi? Per
un detenuto che riabilitate a metà, create cinque nuovi delinquenti;
avete convertito il carcere in un affare, non in una soluzione.
Presi di nuovo respiro e proseguii emozionato:
- Il carcere in sé è violenza, signore. È la scuola
del crimine per i delinquenti nati come me. Io e i miei compagni costituiamo
il carnaio del quale si alimentano le vostre carceri, i vostri stipendi
e i vostri grandi affari. Non ci si può aspettare nulla da chi
non ha altro proposito se non quello di curare i propri interessi. Buongiorno!
- conclusi, abbandonando l'ufficio.
Ancora un po' e mi sarei gettato su di lui.
No, quelli non avrebbero cambiato niente. Le istituzioni penitenziarie
inviavano gli ispettori ogni volta che succedeva qualcosa di grave, o
si presumeva che potesse succedere; allora cercavano di placare gli animi
con false promesse che mai avrebbero mantenuto. Quei colloqui erano una
pura routine, burocrazia per riempire delle scartoffie, giustificazione
del lavoro di coloro che dirigevano da Madrid l'istituzione repressiva.
Quelle carte erano lavallo con cui l'amministrazione si presentava dinanzi
alla società, mostrando la sua preoccupazione per il regime carcerario.
No, nulla poteva cambiare quel colloquio, come nulla avevano cambiato
le centinaia di denunce che inviavamo ai tribunali di sorveglianza penitenziaria.
La soluzione dei problemi all'interno delle carceri passava irrimediabilmente
attraverso l'unificazione delle lotte di tutta la popolazione reclusa:
dai sequestri alle sommosse, dalle rivolte alle proteste. Solo con una
violenza maggiore si poteva porre fine ai regimi distruttivi. C'era bisogno
di una lotta armata all'interno delle strutture carcerarie e di un sollevamento
popolare, le cui rivendicazioni avrebbero interessato i mezzi di comunicazione
della società, assieme al grido di terrore degli aguzzini convertiti
in ostaggi. Bisognava estendere la lotta a tutte le carceri, iniziando
da quelle a regime speciale, passando poi per i regimi chiusi e terminando
con quelli di secondo grado.
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