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La
famiglia, l'infanzia, la guerra
Mio nonno
Raffaele era uno di quei vecchi socialisti dei quali da tempo s'è
perduto lo stampo.
Nei primi anni '20 iniziarono ad imperversare le squadrette fasciste.
Ogni tanto nonno Raffaele ritornava a casa pesto di botte o pieno di olio
di ricino. Erano allora fatti abbastanza consueti, in tutta Italia, le
ritorsioni verso quei compagni, socialisti ed anarchici, che non intendevano
piegarsi all'ideologia ed alla pratica del nascente potere fascista.
Mio padre Alfonso a quell'epoca aveva 16-17 anni, poiché era nato
nel gennaio del 1904.
Nel 1921, a soli 17 anni, insieme ad alcuni compagni anarchici, ebbe il
primo scontro pesante con una squadretta di fascisti. Ci fu uno scambio
di pistolettate e mio padre fu colpito ad una gamba e anche un fascista
rimase ferito. Non c'era ancora stata la "marcia su Roma" ed
il fascismo non era ancora al potere. Mio padre, minorenne, dopo qualche
mese di carcere fu rilasciato con la sospensione della condanna.
Fu in quel periodo che il mio babbo diventò "Libero",
il soprannome che restò suo per tutta la vita.
Iniziò ad impegnarsi profondamente nella propaganda antifascista
e l'anno dopo, coi fasci al potere, la sua esistenza divenne molto dura.
Un giorno ebbe un pesantissimo conflitto a fuoco con dei caporioni fascisti,
alcuni dei quali erano gli stessi dei primissimi scontri. Ci furono alcuni
feriti ed un fascista ci lasciò la pelle.
Questi avvenimenti ebbero luogo alla "Bolognina", quartiere
proletario e combattivo della periferia di Bologna, dove abitava la famiglia
del mio papà e dove, molti anni dopo, anch'io abitai per alcuni
anni.
Il mio papà dovette nascondersi, poi dovette espatriare. Fu in
quel 1922 che iniziò, per mio padre, un esilio ed una latitanza
attiva che durarono per 23 anni, fino alla liberazione del '45.
All'inizio riparò in Francia, dove s'era rifugiato un cospicuo
gruppo di compagni anarchici e socialisti ed ai quali iniziarono ad aggiungersi
i primi comunisti.
In Francia continuò il suo lavoro politico. Lavorava come muratore
e alla fine degli anni '20 conobbe mia madre, Bertha, che risiedeva nella
Sarre, allora territorio indipendente, perennemente conteso tra Francia
e Germania durante i secoli. Sposò mia madre e nel '30 nacque mia
sorella Pauline.
Libero era sempre rimasto attivissimo nella sua attività di militante
anarchico. Partecipò alla guerra civile spagnola e nel '36, dopo
la sconfitta degli antifranchisti, ritornò in Francia.
Fu arrestato. Evase. Ritornò nella Sarre, che, sia pure ancora
per poco, era pur sempre un territorio indipendente sotto la tutela delle
Nazioni vincitrici della prima guerra mondiale.
Io nacqui il 4 marzo 1939 e già da tempo Hitler aveva iniziato
ad annientare i territori limitrofi: i Sudeti, un pezzetto della Polonia
ed infine la Sarre.
Da allora mio padre non poteva più fare affidamento sulla sua condizione
di rifugiato politico e mi riesce difficile ricostruire il periodo della
mia prima infanzia, durante la quale mio padre c'era e non c'era, veniva,
partiva, ritornava.
Tutto il periodo della guerra, sino al 1945, io lo trascorsi con mia madre
nella Sarre. Ogni tanto c'era anche mio padre. Mia sorella era stata mandata
a Bologna, dai genitori di mio padre.
Ho dei ricordi, abbastanza vivi, d'alcuni fatti che successero nell'ultimo
periodo della guerra, diciamo dal '44 al '45.
In quel periodo eravamo sfollati, dato che il nostro paese si trovava
sul confine francese ed essendo un importante centro minerario era continuamente
soggetto a bombardamenti.
Ho ricordi di bombardamenti. Di corpi dilaniati accatastati sui bordi
delle strade. Di mio padre che c'era e non c'era.
In un bosco vicino a casa nostra, che si trovava sul confine francese,
dei soldati tedeschi stavano scavando delle trincee. Mia madre mi diede
una bottiglia d'acqua da portare a quei soldati, che erano tutti giovanissimi.
Arrivò un aereo da caccia che iniziò a mitragliare i soldati.
Uno di questi corse vicino a me facendomi scudo col suo corpo.
Ricordo che una volta io e mia madre passeggiavamo in collina. Nella strada
sottostante c'erano dei militari ubriachi, in linea d'aria erano ad alcune
centinaia di metri da noi. Quando ci videro, iniziarono a spararci contro
e mia madre, spaventatissima, mi prese in braccio e si mise a correre
per portarci fuori tiro.
Verso la fine della guerra, due giovani soldati che abitavano nel paesino
dove eravamo sfollati, abbandonarono l'esercito in ritirata per ritornare
a casa dalle loro famiglie. Furono presi, fucilati sul posto e abbandonati
in un fosso vicino alle loro e nostre case.
Ho un ricordo vivissimo di un giorno, in cui eravamo sfollati non so dove
e c'era anche il mio babbo. Dalla finestra, vide che stavano arrivando
dei soldati della GESTAPO. Pensando ad una spiata, scappò dal retro
della casa, rifugiandosi nel bosco. Successe l'inferno. Spari, raffiche
di mitra, quelli della GESTAPO che piantavano le baionette nei covoni
del fieno. Mia madre che piangeva disperata. Ad un certo momento ci hanno
separati di forza e mia madre l'hanno portata via. Ero disperato. Ricordo
che un soldato mi offrì una caramella ed io la rifiutai.
Poi, mia madre tornò il giorno seguente e dopo qualche tempo, ormai
sfollati da un'altra parte, rividi mio padre.
Alcuni di questi ricordi sono reali, altri sono indotti. Infatti, dopo
la guerra, ogni sera rievocavamo gli episodi che ci erano successi negli
anni precedenti (non c'era la televisione ed in famiglia si stava insieme
e si parlava), quindi molte cose io penso di ricordarle direttamente ma
in realtà le ho sentite raccontare per decine di volte.
Verso la fine della guerra, quando i tedeschi erano in rotta e gli alleati
avanzavano da ogni parte, nel gruppo di case in cui eravamo sfollati ci
fu un pesante scambio di fucilate e cannonate. Noi eravamo rifugiati in
cantina. L'inferno durò per ore, poi finì. I tedeschi se
n'erano andati ritirandosi e al mattino arrivarono gli alleati. Si fermarono
alcune ore da noi, c'erano anche dei feriti. Fu quella volta che vidi
il mio primo uomo nero e mia madre mi raccontò infinite volte la
mia meraviglia, non riuscivo a staccare gli occhi da quell'uomo nero.
Lui mi sorrideva e voleva prendermi in braccio ma io non lo volevo. Mi
dette della cioccolata che io rifiutai (la prese poi mia madre), avevo
paura di quell'uomo, ma la curiosità era più forte, quindi
rimanevo lì a guardarlo.
La guerra finì e mio padre decise di tornare a Bologna, portando
con se anche me e mia madre. Non so per quale ragione, ma il viaggio fu
strano e lungo. Andammo a Marsiglia, lì c'imbarcammo per Napoli
e poi in treno arrivammo a Bologna. Il tutto in scenari di desolazione,
miseria, devastazione, dolore. Era il maggio del '45.
Arrivammo a casa senza preavviso e man mano che ci avvicinavamo alla casa
dei genitori di mio padre, avevamo il terrore che la casa fosse stata
bombardata. Era intatta, invece, ma tutt'intorno c'era un cumulo di macerie,
dato che la casa non era distante dalla stazione di Bologna, obbiettivo
importantissimo per i bombardamenti.
Non dimenticherò mai l'incontro con mia sorella, che allora aveva
sedici anni e che io non conoscevo quasi. Mi abbracciò forte fino
a soffocarmi e ricordo che le sue mani odoravano di zucche, che prima
del nostro arrivo stava pulendo.
Gli anni del dopoguerra furono duri. La nascita di quel mondo nuovo che
nei desideri dei combattenti per la libertà sarebbe dovuto succedere
al fascismo, s'allontanava sempre più. Gli antichi privilegi si
trapiantarono nel nuovo regime. Per molti fu sufficiente cambiare colore
alla propria camicia per riprendere i vecchi posti.
Chi aveva combattuto contro i fascisti per la libertà di tutti,
ora si ritrovava nelle piazze a prendere botte dai celerini del governo
"democratico". Il PCI frenava la rabbia dei suoi militanti,
tuttavia il momento era incandescente e l'insurrezione popolare era nell'aria.
Furono regolati vecchi conti. Saltarono in aria negozi di ex-fascisti
che, finita la guerra, avevano mantenuto proprietà e privilegi.
Ci furono morti. Nella nostra zona, la Bolognina, mitico quartiere proletario,
si creò la leggenda "dell'uomo dal mantello nero". Un
uomo, in bicicletta, con una mantella del tipo di quelle che si usavano
allora, una specie di coperta arrotolata sulle spalle, ogni tanto spuntava
dal buio e tirando fuori un mitra da sotto la mantella tirava una raffica
al fascista di turno.
Nel '48, periodo florido di fermenti rivoluzionari, mio padre fu arrestato
con l'accusa di tutta una serie di attentati, omicidi e tentati omicidi
contro ex-fascisti. Fu tenuto in Questura per molti giorni e torturato
(allora il "garantismo" era sconosciuto) ma non ammise nessuno
dei reati che gli vennero contestati. Poi, circa un anno dopo, fu assolto
e rilasciato.
Mio padre riprese la sua vita di militante anarchico e di muratore. Per
tutta la vita ha fatto il muratore dedicandola interamente alla famiglia
ed alla sua cara anarchia.
Già in età avanzata, agli inizi degli anni '70, con altri
compagni anarchici occupò la Torre Asinelli per alcuni giorni riempendola
di striscioni contro le bombe di stato e per la liberazione di Valpreda.
Nel '74, durante il processo Marini (un compagno anarchico toscano che,
aggredito da dei fascisti ne uccise uno difendendosi a coltellate) si
rese protagonista di uno scontro con i carabinieri finendo su tutti i
giornali nazionali.
Nel '75, sempre al processo Marini (che per "legittima suspicione"
era finito a Mazara del Vallo) prese a schiaffi un giornalista che sul
"Tempo" aveva attaccato duramente Marini, finendo nuovamente
su tutta la stampa nazionale.
In piena Piazza Maggiore, a Bologna, prese a schiaffi un noto penalista
fascista che aveva rappresentato la parte civile in un processo contro
alcuni compagni anarchici.
Insomma, il mio papà ha avuto una vita piena, interamente vissuta
per i suoi ideali e per il sogno di libertà e giustizia sociale
che sempre ha improntato i suoi atti caratterizzandone l'intera esistenza...
Alla morte di mia madre, nel '65, si mise con Maria Zazzi, una compagna
anarchica che conosceva dai tempi dell'esilio e che aveva combattuto in
Spagna. Maria era la compagna di un bravissimo anarchico, Armando Malaguti,
che aveva sposato al confino di Ventotene, testimoni di nozze Pertini
e Terracini. Il suo compagno era morto qualche anno prima di mia madre,
così si misero insieme dividendo vita e lotte per un altro ventennio,
fino alla morte di mio padre nel 1985. Maria è morta nel 1993.
La loro è stata un'esistenza interamente vissuta in piedi, coerentemente
coi propri ideali, senza cedimenti, con fierezza e dignità.
Questi "grandi vecchi" sono ormai quasi tutti scomparsi e sarà
estremamente difficile, per le generazioni successive, prenderne compiutamente
il posto.
Horst
Fantazzini, 1998

1940. Foto di gruppo della famiglia Fantazzini, Bertha
Heinz con il piccolo Horst in braccio, Alfonso "Libero" e Pauline.
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