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Il
primo incontro
La prima volta che vidi Horst ero accompagnata dal suo
figlio più grande, era il 20 aprile 1997.
Mi accorsi subito dello squallore del posto e della burocrazia e della
lentezza dei secondini, era una cosa per me strana e mi faceva sentire
a disagio.
Evidentemente il disagio non era solo il mio, quando finalmente una guardia
accompagnò il vecchio tricheco in sala colloqui, notai subito il
suo imbarazzo, nascosto sotto quintali di superbia.
L'avevo aspettato tanto, quella mattina, che mi sembrava di svenire per
l'emozione!
Era un po' tarchiato, non molto alto. Aveva un bel viso largo, quadrato,
franco; i lineamenti decisi con il mento quadrato, il collo largo. La
carnagione chiarissima. Il naso prominente, ma un po' all'insù.
Le labbra sottili. La fronte larga. Le gambe muscolose, il torace ampio.
Portava un maglione chiaro, i pantaloni blu scuri della tuta, scarpe da
ginnastica bianche, un cappellino scuro con la visiera dal quale spuntavano
le basette ormai bianche, pochi ciuffi di capelli un po' castani un po'
bianchi, ed aveva un bel paio di baffoni castani.
Entrando, per darsi un contegno, si rimboccava le maniche. Aveva un portamento
fiero, la schiena bella dritta. Le sue spalle erano alte, ma un po' spioventi.
Teneva un sacchetto di plastica in mano, che ondeggiava con il suo passo.
Aveva un passo veloce, spedito e sicuro.
Mi meravigliai pensando che alla sua età la maggior parte degli
uomini cammina un po' curva.
Venne verso di noi con passi rapidi e decisi, morbidamente, ridendo.
Sembrava un gatto. Notai che s'era dato del profumo, e che il profumo
era buono. Notai che portava al polso un orologio, i suoi polsi erano
larghi, le braccia robuste, pelose. Era molto mascolino, ma aveva qualcosa
di femminile nelle sue movenze.
Non era vecchio e non dava l'impressione di esserlo: non aveva delle rughe
profonde, la sua pelle era bella e liscia. Era rimasto bambino nonostante
l'età. Vidi in lui un miscuglio di grazia ed ingenuità,
di malizia e di fragilità. Era preoccupato del suo aspetto. Aveva
un modo simpatico di fare, un approccio morbido.
Pensai dentro di me: "Ecco la mia metà maschile, quello sono
io senza trucco".
I suoi occhi erano verdi come un bosco, come il mare. Sottolineati da
sopracciglia folte dai lunghi peli scuri.
Mi guardò intensamente, notai che tremava quasi. Vidi subito che
cercava di darsi un contegno, di non mostrare le proprie paure.
Posò il sacchetto sul tavolino, e tirò fuori un thermos
e dei cioccolatini.
Le sue mani erano larghe, le dita grosse ma gentili. Batté una
pacca cameratesca, poderosa, sulle spalle del figlio, che rispose con
un sorrisetto imbarazzato. Mi accarezzò dolcemente la testa, mentre
scherzava con il suo cucciolo: "Finalmente l'hai portata la mia bimba!".
E poi rivolgendosi a me: "Ma lo sai che ci assomigliamo veramente?
Io però ho un secolo più di te!".
Mi diede due baci sulla guancia; le sue guance erano profumate e rasate
di fresco, erano lisce e morbide, un po' cedevoli, ma non flaccide.
Salutò con calore altre due persone che erano entrate e che si
sedettero a un altro tavolo non lontano da noi. Strinse le mani di due
suoi compagni di braccio, coccolò l'anziana madre di un suo amico
che era venuta in visita.
Mi baciò la bocca con passione. Aveva un buon sapore, il suo alito
era gradevolissimo, come quello di un bambino. Aveva appena mangiato una
caramella alla menta. Le sue labbra erano morbide. Mi stupii e pensai
che alla sua età era strano. Mi disse: "Hai un buon sapore,
le tue labbra sanno di buono". Risposi: "Anche le tue".
Accarezzò a lungo i miei capelli.
Mi disse: "Hai una bella voce, ma per telefono era un po' diversa".
Gli risposi: "Anche al citofono è un po' diversa".
Il figlio dopo poco ci lasciò da soli, affinché ci studiassimo.
Sorrise. Poi tornò serio. Poi sorrise ancora. Mi guardava con gli
occhi sbarrati, profondi, indagatori; io tremavo come una foglia, ma lui
non era meno imbarazzato di me. Che avrebbe detto? Gli piacevo oppure
no?
Ero tesa come una corda di violino. I nervi si accavallavano. Tutta la
tensione la buttavo nelle gambe, scoperte, ma che erano nascoste dal tavolino.
Non si era nemmeno accorto che avevo un vestito molto sexy, o non me lo
diceva. Mi sentivo troppo osservata e questo accentuava a dismisura la
mia timidezza.
"Sei più bella che nelle fotografie, hai un bel profilo, una
bella bocca, dei bei denti, delle belle mani... ma i tuoi occhi nelle
foto non si vedevano quasi, sono stupendi! Di che colore sono: azzurri,
grigi o verdi... Abbiamo gli occhi quasi uguali, ma i tuoi sono più
belli. Sì, mi piaci un casino, sei uno schianto".
Ecco, mi si aprì il cuore. "Anche tu mi piaci tanto".
"Veramente? No, lo dici per farmi piacere". "No, e perché
dovrei? Io non dico mai quello che non penso".
Mi guardava diffidente e ironico forse cercando di capire quali fossero
i miei veri pensieri, e mentre si affollavano questi dubbi nella sua mente,
cambiava espressione, s'incupiva. Poi ritornava sorridente e solare.
Aveva una piccola cicatrice tonda sotto l'occhio destro ed un'altra a
forma di rastrello, sull'avambraccio destro. In quel punto non crescevano
i peli.
"Le botte degli sbirri, all'Asinara, parlo della fine del 1978, si
lottava per migliorare le condizioni dell’aria e dei colloqui, che
allora avvenivano con i vetri ed i citofoni... la mia compagna di allora
insieme ad altri parenti dei prigionieri occuparono l’ufficio del
giudice di sorveglianza, per protestare contro i trattamenti che ci riservavano...
Durante una rivolta coi brigatisti rossi, i reparti speciali ci andarono
giù pesantissimi ed io ero in prima fila... altri scapparono ed
io rimasi lì a prenderle, però ci massacrarono in 70, sai?
Poi quando tornammo in cella i miei compagni si accorsero che stavo male,
ero tutto nero di lividi, dicevo loro di non preoccuparsi, ma stavo perdendo
conoscenza e diedero l'allarme... finii quasi in coma, mi portarono via
con l'elicottero al più vicino ospedale di Sassari e appena si
accertarono che non ero in pericolo di vita, mi dimisero alla chetichella
perché non volevano che io parlassi con un medico esterno e la
stampa stava già pubblicando i primi articoli di quei fatti, e
loro non volevano rotture di coglioni... ma lasciamo perdere!
Ho anche il buco per l'orecchino qui nell'orecchio sinistro, e sai perché?
Portavo l'orecchino nel carcere di Marsiglia, per fargli dispetto dato
che in quegli anni in Francia era proibito, poi quando tutti l'hanno portato
io non l'ho più messo".
Poi sorrise, dolce dolce.
"Quando sei nata?" "Nel 1963". "Sei sicura?".
"Certo". "Non ci credo finché non vedo la tua carta
d'identità. A me sembri più giovane, mi sembri una bambina".
"Anche tu sembri più giovane".
"Abbiamo la pelle bianca uguale". "Sì, lo so".
"Avevo dei bei denti come i tuoi, da giovane, poi si sono rovinati
qui in carcere".
Mi chiese ancora: "Di che colore sono i tuoi capelli, voglio dire...
al naturale?". "E' così importante? Sono castani".
"Ma castano come?". "Non ricordo bene, perché ho
cominciato a farmi l’henné rosso da quando avevo sedici anni,
non li ho più visti del mio colore". "Vorrei vederteli
del tuo vero colore, lasciateli ricrescere così. Anch'io nei periodi
di latitanza mi facevo l’henné, per sfuggire agli arresti,
poi m'incazzavo perché li volevo neri, invece la base è
chiara e si tingevano di rosso". Mi venne da ridere per la sorpresa.
"Ma sono così ondulati oppure ti sei fatta i bigodini?"
"No, ce li ho proprio così, niente bigodini"."Anch'io
avevo i capelli ondulati e sottili come i tuoi, da giovane, adesso ce
ne ho pochi e basta". "Togliti il cappellino, dai". "No".
"Ma tu non te li metti i bigodini?".
"Ascolta, bimba, portami rispetto, eh?!". Alzava la mano per
tirarmi uno schiaffo, il tono si faceva falsamente minaccioso.
Di schiaffi ce ne siamo tirati tanti, per gioco, ai colloqui successivi.
Ridevamo come matti, mentre cercavo di togliergli il cappellino. Ci guardavamo
negli occhi, in silenzio. La tensione via via che passava il tempo si
allentava un po'.
Altre volte dopo quel primo colloquio, rotto il ghiaccio, mi ha permesso
di mettermi il suo cappellino. Mi calzava perfettamente.
"Stai benissimo!". "Abbiamo la stessa circonferenza cranica,
56 e mezzo, lo sai?". "Ancora un'altra cosa! Va bene, ma tu
sei molto più scema di me".
Mi studiava le mani, mi guardava le unghie laccate di rosso. Io baciavo
e mordicchiavo le sue. Erano protettive e calde. Le sue mani non erano
grandi, ma le dita erano molto grosse. Le sue unghie erano larghe come
il resto, ben curate, qualcuna aveva dei lividi.
"Tu hai dei lividi". "Sì, tendo a farmi dei lividi
molto facilmente". "Anch'io". "Uffa".
Il palmo della sua mano era morbido quasi soffice, potevo affondarci il
mio mento...
Notai che avevamo delle linee della mano, abbastanza simili. Erano molto
complicate, spezzate e seghettate. C'era addirittura una linea uguale,
sul "monte della luna" tra la base interna del mignolo ed il
polso... una linea molto rara.
Era molto strano. Non l'avevo trovata in nessun'altra persona oltre a
me. Ero assorta con questo pensiero, che lui interpretò come un
triste presagio. Diventò serissimo e i suoi occhioni si incupirono,
assumendo una tonalità più scura.
"Tu che sei una strega, che ci vedi, dimmi". "Non lo so".
"Non lo so non è una risposta, hai paura di dirmi la verità?
Perché la verità è brutta, vero?".
"Non lo so".
"Perché non vuoi farmi le carte?". "Qui non si possono
portare, lo sai".
I suoi occhioni verdi tornarono a scintillare.
"Adesso tu mi vedi così tranquillo, stella, ma sono teso,
non puoi immaginare quanto; stanotte non ho nemmeno chiuso occhio, avevo
una paura tremenda di non piacerti, e poi l'attesa era interminabile non
mi chiamavano mai per fare il colloquio... ma adesso mi sento più
tranquillo. Poi quando il colloquio è finito vado nella mia sezione
e quando sono in cella da solo mi metto a fare la danza delle api!
Domani mi metto al computer e ti scrivo tutto il giorno.
Ti sento sincera, bambina. Adesso che so di non averti deluso, mi sento
l'uomo più felice del mondo. Mi dà una gioia pazzesca sapere
che mi vuoi ancora per quello che sono. Io una volta ero un gran bel ragazzo
ed ora ormai sono un rudere, ma posso darti tutto l'amore del mondo".
Mi offrì il thermos di thè che aveva preparato apposta per
me. Lo rifiutai per timidezza, ci rimase male. Mi diede delle caramelle.
Si stupì che non mangiavo caramelle. Mi fece mille raccomandazioni
di prendere dei libri di fumetti che aveva lasciato in portineria, e di
tornare un'altra volta.
Aveva un viso molto espressivo, movenze eloquenti, silenzi carichi di
significato, una forte gestualità che accompagnava i suoi discorsi.
Possedeva un fantastico senso del ritmo.
La sua voce era profonda, rotonda, allegra e gradevolissima. Era la voce
d’un ragazzo di trent’anni. Aveva un forte accento bolognese,
con "esse" ridondanti e "zeta" scivolose. Parlava
velocemente e senza ripensamenti, accavallando qualche lettera nella fretta,
ma riusciva a spiegarsi con una fantastica proprietà di linguaggio.
Talvolta sbagliava qualche accento. "E' perché sono un po'
straniero", mi faceva molta tenerezza questa cosa.
Era veramente molto gentile, come piaceva a me: in modo spontaneo e genuino,
ma nello stesso tempo ruvido e soprattutto matto come un cavallo.
Brano
tratto da "L’ultimo colpo di Horst Fantazzini" di Pralina
Diamante, Stampa alternativa, collana Eretica, 2003
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