Horst Fantazzini

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a cura di Klaus Schönberger
La rapina in banca
Storia. Teoria. Pratica.

pp. 224
E. 14,50
Isbn 88-87423-96-2

la rapina in banca. storia. teoria. pratica.

La rapina in banca è senza dubbio il crimine più socialmente invidiato. I rapinatori sono, infatti, i criminali più amati e che riscuotono la maggiore simpatia dell’opinione pubblica. Da sempre.
Iniziata nell’Europa mercantile, ma diffusasi solo nel selvaggio West americano, la rapina in banca ha una storia lunga e molti protagonisti. Da Bonnie & Clyde a Horst Fantazzini, dalle bank ladies ai Tupamaros, gli innumerevoli furti ai depositi di denaro dimostrano che i soldi piacciono a tutti.
In questo libro si troveranno casseforti ripulite, diligenze assaltate, banche svaligiate, furgoni portavalori distrutti. Professionisti del furto con scasso dall’impeccabile fair play e anziane signore che vogliono arrotondare la pensione. Sistemi di sicurezza e allarmi, vie di fuga e nascondigli.
Più che la storia di un crimine, La rapina in banca coincide con la storia di un sogno: diventare ricchi senza fatica.
Klaus Schönberger (1959) è docente di cultural studies. Ha organizzato vari eventi di controcultura, per i quali ha "derubato" diverse banche. Tuttavia per questo libro non è riuscito a trovare alcuno sponsor nel mondo della finanza. Vive e insegna a Tübingen.
Il testo
La rapina in Italia, dal romanticismo anni Sessanta alla violenza postmoderna Franco Berardi (Bifo)
In un giorno di autunno del 1965, un giovanotto alto dai capelli castani entrò alla Banca del lavoro di Piacenza, si avvicinò con passo elegante alla cassa, sorrise alla cassiera, poi le puntò contro una pistola giocattolo. La signorina svenne dalla paura. Il giorno dopo ricevette un mazzo di rose. Gliele aveva mandate quel giovanotto che aveva tentato di rapinarla, ma si era spaventato per lo svenimento.
Quel giovanotto si chiamava Horst Fantazzini. I giornali lo chiamavano "il rapinatore gentile". A un certo punto cominciò a essere chiamato "la primula Rossa", perché era ricercato dalla polizia di tutto il nord Italia e continuava a comparire di tanto in tanto in qualche banca o in qualche ufficio postale per ripulire le casse, senza mai sparare un colpo.
Le pistole che, raramente, mostrava erano pistole giocattolo. E spesso non usava nessun’arma, entrava e si appoggiava al banco della cassa, e con la sua voce gentile diceva: mi dia tutto il danaro che ha, questa è una rapina.
"Questa è una rapina", quattro parole convincenti. Un tipo di enunciato che i semiologi chiamano "illocutorio": illocutorio è un gesto linguistico che realizza una situazione per il semplice fatto di essere proferito.
Se sono prete, basta che io dica: vi dichiaro marito e moglie, perché un giovanotto e una signorina possano andare a scoparsi legittimamente. E se sono amministratore delegato e recito la frase: la seduta è tolta, ecco che tutti si alzano e se ne vanno. Così quando Horst Fantazzini diceva con convinzione: questa è una rapina, i soldi fluivano allegramente dalla cassaforte alle sue tasche. Lui ringraziava cortesemente e via.
Militante anarchico sin da ragazzino, Horst è morto nel 2001, dopo aver scontato in vari carceri una lunga lista di condanne: per rapina, ma anche per evasioni mancate e riuscite e per aver partecipato, nel 1985, alla protesta contro il regime di "detenzione speciale" cui venne sottoposto, insieme a un gruppo di brigatisti rossi, nel penitenziario di Badu ’e Carros, in Sardegna.
Faceva piccole rapine, bottini da poche centinaia di migliaia di lire. Ma i magistrati che lo hanno giudicato si sono rifiutati di riconoscergli la continuità del reato. Conseguenza: decenni da passare dietro le sbarre, una vita. Ha reagito con i tentativi di fuga. E con le rivolte: proteste che servivano anche a ottenere condizioni più umane per tutti i detenuti, in anni in cui la legislazione d’emergenza copriva tutto, anche i soprusi e le violenze. Un libro, ormai introvabile, intitolato Ormai è fatta, racconta la più drammatica delle sue evasioni fallite, quella del 23 luglio 1973, quando Horst, cercò di fuggire dal carcere piemontese di Fossano. (…)
Il giovane Horst aveva sviluppato uno stile molto particolare. Le sue rapine non erano mai violente, se incontrava resistenza era lesto a lasciar perdere e andarsene via a mani vuote. Una volta, a Genova, venne messo in fuga da un cassiere che, di fronte alla rivoltella spianata, gli gridò: "Ma vedi un po’ di andartene, finché sei in tempo". Le sue erano rapine da due-trecentomila lire, in sportelli periferici. Sceglieva di evitare, sempre e comunque, ogni violenza. "Non urlavo", racconta Horst, "mi rivolgevo agli impiegati fermamente, ma con gentilezza, spesso scherzando per sdrammatizzare. Se nella banca c’era gente, aspettavo pazientemente il mio turno, facendo finta di controllare delle cifre su un foglio, finché la sala si svuotava. Allora mi avvicinavo alla cassa, poggiavo la borsa sul tavolo e, al posto di una cambiale da pagare, tiravo fuori la pistola. Tranquillamente dicevo al cassiere: "Stai calmo, dammi i soldi e non ti succederà nulla". Spesso gli altri impiegati non si accorgevano nemmeno che c’era una rapina in corso. Ricordo che una volta rapinai una banca a Tagliuno, tra Bergamo e Iseo. Fatto il colpo, scappai in macchina verso Iseo, ma prima di entrare in paese lasciai l’auto in un garage, chiedendo che cambiassero l’olio e la lavassero e dicendo che sarei passato a riprenderla più tardi. Salii su un autobus e feci a ritroso la strada che avevo già percorso per scappare. Arrivai a Tagliuno davanti alla banca che avevo rapinato quindici minuti prima. C’erano i carabinieri e una gran folla. La gente sull’autobus faceva commenti, e una signora seduta accanto a me disse che ci sarebbe voluta la pena di morte. Io le diedi ragione. Arrivato al capolinea a Bergamo, presi un pullman di linea per Milano. Ero tranquillo: autobus e pullman non venivano fermati ai posti di blocco".
"Stai calmo e dammi i soldi". Va avanti così per anni, durante i quali non solo Horst riesce a farla franca in Italia, ma mette a segno più di un colpo in Germania e in Francia. Una tranquilla carriera da rapinatore solitario. Che termina con uno sgambetto. È con lo sgambetto di un gendarme, che Fantazzini viene atterrato e quindi arrestato il 27 luglio 1968, dopo una rapina in una banca di Saint-Tropez. Inizia una lunga odissea giudiziaria e carceraria. Dopo quattro anni in un penitenziario d’Oltralpe, Horst venne estradato in Italia, dove i giudici di Bologna decisero di dargli il massimo della pena, 11 anni di carcere. (…)
Negli anni Settanta lo stile della rapina, in Italia, cambia decisamente, con l’ingresso delle bande organizzate, come la banda della Comasina, che agiva nel nord Italia, ed era guidata da Renè Vallanzasca, un giovane bellissimo, noto per le sue avventure galanti.
Inoltre la rapina divenne pratica diffusa delle formazioni combattenti come le Brigate rosse, i Nuclei armati proletari e Prima linea. Le formazioni combattenti consideravano la rapina, oltre che un mezzo di finanziamento, una forma di azione esemplare, di esproprio proletario legato alla lotta armata.
Ma nonostante la violenza e il controllo armato di polizia, ci fu qualcuno che non perse il gusto di fare delle rapine spiritose. Era la primavera del 1981, la paranoia repressiva era al culmine, e le banche erano in superallarme per il terrore di azioni armate delle Brigate rosse. Una mattina un uomo ben vestito di circa quarant’anni entrò in una banca genovese. Chiese cortesemente di poter parlare con il direttore. Lo fecero entrare in un ufficio. Quando fu seduto al tavolo con il direttore disse semplicemente: "Sono il signor Parodi delle Brigate rosse".
Non mostrò un’arma, non minacciò violenze, ma continuò: "Se lei mi dà tutti i soldi che avete in cassaforte, non succederà nulla, altrimenti…". Il direttore fu rapido. Temendo che la banca fosse circondata e che potesse esserci un massacro, consegnò tutti i soldi che aveva in cassaforte.
Prima di uscire il signor Parodi ringraziò e consigliò di non telefonare alla polizia prima di mezz’ora. Il direttore della banca eseguì meticolosamente l’ordine, e non fece nulla per mezz’ora, dopo che il signor Parodi era uscito tranquillamente dai locali della banca.
Per finire voglio ricordare un episodio accaduto a Napoli negli anni Novanta, quando ormai si era diffusa la tecnologia del bancomat. Qualcuno ebbe l’idea (geniale, debbo dire) di aprire uno sportello bancomat finto. Venne affittato un piccolo negozio, e montato uno schermo, una tastiera, le scritte e tutto quello che occorre per un bancomat. Solo che dietro lo schermo non c’era una banca, ma qualcuno (non sapremo mai chi) che stava seduto su una seggiolina. Il cliente arrivava, inseriva la sua scheda bancomat nella fessura e digitava il numero. Qualcuno, seduto sulla seggiolina, prendeva nota dei numeri digitati, poi ritirava la carta e faceva apparire sullo schermo la scritta: "Siamo spiacenti di comunicarle che la sua carta ha un difetto. La preghiamo di rivolgersi domattina al suo istituto di credito per la restituzione della carta".
Il cliente si incazzava, imprecava per qualche minuto, poi si allontanava proponendosi di andare la mattina seguente a richiedere la carta sequestrata. Dopo avere ricevuto la visita di una decina di clienti, qualcuno chiudeva il bancomat, spegneva tutto, si alzava dalla sua seggiolina, usciva dal negozietto e andava difilato verso un bancomat (vero). Infilava le carte, digitava i numeri (che aveva annotato diligentemente) e ritirava il massimo della somma.
Una rapina senza violenza. Una beffa napoletana all’high tech della banca automatica.
John H. Dillinger: il primo public enemy number one
Rudi Maier
Il 6 marzo 1934 fu per Sioux Falls, nello Stato del South Dakota, una giornata movimentata. Migliaia di persone si erano preparate per assistere alle riprese di un film che ricostruiva una rapina in banca. La polizia locale si era presentata al completo, e recitò alla perfezione. Quando i banditi arrivarono, trovarono pronta tutta la scenografia, ma non erano interessati a partecipare al film. La banda di John H. Dillinger entrò nella Security National Bank, svuotò le casse e si dileguò con un bottino di 49.000 dollari. Quando i poliziotti si accorsero che qualcosa non tornava, si misero sulle tracce dei banditi, ma l’inseguimento si interruppe bruscamente a poche miglia dalla città: qualcuno aveva cosparso la strada di chiodi. Alcuni giorni prima Homer van Meter, un membro della banda, si era presentato alla banca e ai poliziotti della città spacciandosi per un produttore cinematografico di Hollywood, e aveva invitato tutta la popolazione ad assistere alle riprese…
Questa è solo una delle tante storie relative al leggendario John H. Dillinger, che da giovane rubava polli e carbone dai treni merci in corsa e scassinava auto. Alla fine della sua vita, durata solo 31 anni, era diventato un mito, un eroe popolare, una sorta di Robin Hood dei rapinatori americani all’epoca della Grande depressione. E non perché regalasse ai poveri parte del suo bottino: nel corso delle sue rapine si limitava a far sparire qualche cambiale. Dillinger aveva lasciato la scuola e lavorava quando capitava, disertò il servizio militare ed era un grande ammiratore di Jesse James. Bastò questo, e una rapina ai danni di un anziano signore nel 1924, a farlo condannare a 20 anni di reclusione. Si fece trasferire in una prigione del Michigan, dove conobbe Homer van Meter e Harry Pierpont, che lo introdussero nei circoli elitari del carcere, composti da rapinatori d’alta classe che gli svelarono i trucchi della rapina in banca. Il 22 maggio 1933 Dillinger fu rilasciato, non prima di aver promesso ai suoi compagni che li avrebbe tirati fuori.
Nel giugno 1933, in un solo giorno, rapinò con altri complici una banca (al mattino), un drugstore e un supermercato (il pomeriggio). In breve tempo riuscì a mettere insieme la somma necessaria per far evadere i suoi amici, ma fu arrestato poco prima di poter entrare in azione, il 22 settembre 1933. Le armi necessarie all’evasione erano tuttavia già penetrate nel carcere, e il 27 settembre Homer van Meter, Harry Pierpont e altri riuscirono a scappare dalla prigione del Michigan. Il 12 ottobre furono loro stessi a sdebitarsi con Dillinger: lo liberarono, e due giorni dopo dettero inizio a un nuovo ciclo di colpi, tra cui alcuni agguati a stazioni di polizia per procurarsi armi automatiche e giubbotti antiproiettile. Il 23 ottobre alleggerirono la Central National Bank di Greenclastle, Indiana, di 74.782 dollari. Il governatore dello Stato dell’Ohio chiese allora l’intervento della Guardia nazionale, e la banda fuggì alla volta di Chicago, dove, a metà gennaio del 1934, effettuò un colpo alla National First Bank. Le rapine si svolgevano secondo un piano ricorrente: un membro della banda studiava il posto, in seguito si stabiliva chi sarebbe entrato nella banca, chi si sarebbe occupato di guardare le spalle ai complici e chi avrebbe guidato la macchina su cui fuggire. Una volta nella banca, era in genere Dillinger a chiedere di poter parlare con il direttore, al quale poi comunicava gentilmente che si trattava di una rapina e che avrebbe dovuto consegnargli tutti i soldi depositati in cassaforte. Nel caso in cui il direttore avesse mostrato segni di esitazione, Dillinger avrebbe estratto la pistola. Nel corso della rapina alla National First Bank un palo della banda fu ucciso – l’unica morte di cui Dillinger fu mai ritenuto responsabile.
Il 22 gennaio Dillinger venne nuovamente arrestato e trasferito nel carcere di massima sicurezza di Crown Point, in cui già il 3 marzo prese due persone in ostaggio minacciandole con una pistola di legno che si era costruito da solo, si procurò quindi armi vere e imprigionò 26 dipendenti del carcere, poi rubò un’auto e si dileguò. Dillinger si guadagnò le prime pagine dei giornali, con grande disonore delle autorità. Divenne il "nemico pubblico numero uno" e sulle sue tracce si mise addirittura l’Fbi.
Il 22 luglio 1934, tre settimane dopo la sua ultima rapina, avvenuta a South Bend, Dillinger fu raggiunto alla schiena dalle pallottole di due poliziotti che lo aspettavano all’uscita di un cinema. A tradirlo era stata una donna, allettata dalla ricompensa promessa dalla taglia sulla testa di Dillinger. Sembra che centinaia di persone, uscendo dal cinema, intinsero i propri fazzoletti nel lago di sangue in cui giaceva il bandito, per portarsi a casa un ricordo di lui. Furono 15.000 le persone che parteciparono al suo funerale e pare che, segretamente, fosse stata preparata per Dillinger una maschera mortuaria. Il bandito aveva conquistato i cuori della gente, e ancora oggi ci si chiede se fosse davvero Dillinger la persona uccisa quella sera. La sua storia può essere ripercorsa a Nashville, nel museo a lui dedicato.