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...a
proposito di lotte in carcere...
...about
struggles in prison...
D. Puoi parlare delle tue lotte durante la lunga detenzione?
Nel film questo aspetto viene eluso.
R. Parlare di lotte in carcere oggi è come riesumare
dolcemente ricordi da un sarcofago, tanto è il cambiamento verificatosi,
negli ultimi quindici anni, del luogo e dei suoi disperati abitanti. Dal
sarcofago emergono i ritratti d'uomini ch'erano vivi ed orgogliosi ma
che sono stati piegati, spezzati, dispersi. Uomini che rivendicavano con
passione la loro dignità e cercavano senza mediazioni la loro libertà.
Uomini che sono morti sui tetti durante le rivolte e che nessuno ricorda
più. Uomini che, nell'incontro con i primi compagni incarcerati,
avevano scoperto che la vita e la lotta possono avere significati più
alti dei loro piccoli desideri ed egoismi. La fine degli anni sessanta
e tutti gli anni settanta sono stati stagioni di lotte che non si ripeteranno
più. Carceri distrutte e gallerie verso la libertà. Personalmente
ho partecipato a decine di lotte piccole e grandi. Ho visto la distruzione
della sezione speciale dell'Asinara, di quella di Nuoro e di quella di
Trani e quelle lotte mi sono costate un "bonus" di oltre vent'anni
in più da scontare. Oggi il carcere è "pacificato"
e l'aria che vi si respira è di pesante rassegnazione. La "popolazione"
è mutata radicalmente e la quasi totalità è data
da tossicodipendenti e piccoli e medi spacciatori. Il loro problema prioritario
è quello di continuare a trovare o continuare a spacciare le loro
dosi quotidiane. Non vi sono quasi più compagni. Ad Alessandria
ne ho lasciati tre. Qui non ve ne è nessuno. I mafiosi sono sotto
la cappa del 41/bis, una riedizione di quello che per noi, anni fa, era
l'art. 90, cioè un regolamento interno restrittivo all'interno
d'un regolamento di per sé già stretto. Oggi sono quasi
tutti giovani e giovanissimi e il carcere non è altro che l'enorme
contenitore di un disagio sociale che nessuno vuole o sa risolvere. Non
mi sono mai sentito così "straniero" in carcere. Resisto
cercando d'estraniarmi da tutto quanto mi circonda, rifugiandomi nei miei
libri e parlando con il mio computer. Mi danno forza i rapporti con l'esterno
e l'amore che ne ricevo. A' da passà a nuttata, diceva
il caro Eduardo. Ecco, cari compagni, non posso fare altro che cercare
di resistere, nell'attesa che si decida ad arrivare Godot. Qualcuno sa
dove s'è incagliato?
D. Durante queste lotte hai dovuto scontrarti non solo
con il potere carcerario ma anche con il "contropotere". Vuoi
raccontarci come è andata ?
R. Tra la fine degli anni settanta e la metà degli
anni ottanta, le carceri erano piene di compagni. Le carceri speciali
erano una decina: Cuneo, Novara, Fossombrone, Trani, Termini Imerese,
Favignana, Pianosa, l'Asinara e Nuoro. Voghera per le compagne. Poi c'erano
sezioni speciali in quasi tutte le altre carceri. Per una decina d'anni,
noi detenuti "differenziati" non abbiamo più avuto rapporti
con gli altri detenuti. Era prassi tenerci in carceri il più possibile
lontane da casa, per rendere estremamente difficoltosi i colloqui, che
comunque venivano effettuati con vetri divisori e citofoni. La corrispondenza
era sottoposta a censura. Non potevamo ricevere pacchi di viveri dall'esterno,
era consentita solo la ricezione di libri ed indumenti. Non tutte le carceri
speciali erano "specializzate" allo stesso modo: alcune, come
Fossombrone e Cuneo, erano più "morbide" dell'Asinara
o Novara. Credo che allora noi fossimo trattati come cavie sulle quali
si studiavano i comportamenti e le reazioni rispetto alle gradualità
del "trattamento", che spaziava dalle ore di socialità
(spazi ed attività da convivere insieme durante alcune ore della
giornata) all'isolamento duro e crudo dell'Asinara (due o tre per cella,
sempre gli stessi, con periodiche rotazioni decise dal monarca dell'epoca,
direttore Cardullo). Chiaramente, compagni inventati e ribelli venduti,
vivevano in mezzo a noi, per un controllo più efficace, fatto di
cui acquisimmo certezza più tardi. Belushi diceva che quando il
gioco si fa duro, i duri iniziano a giocare. Ed è vero. È
incredibile la creatività che l'uomo riesce a sprigionare nei momenti
difficili. Il trattamento duro cementa il gruppo e dilata la solidarietà.
Eravamo tutti uniti contro di "loro" ed inventavamo canali di
comunicazioni incredibili per rompere l'isolamento fisico. All'Asinara,
per mesi, gli occupanti di una cella non riuscivano a vedere gli occupanti
delle celle adiacenti, ma tutte le celle comunicavano tra di loro.
Ci sarebbe da scrivere un libro su tutti gli accorgimenti da noi inventati
per superare l'isolamento cui eravamo sottoposti, ma l'argomento, ora,
è un altro. Per preparare le lotte ed un'eventuale evasione era
necessario darsi una rigida compartimentazione, nacquero così i
CUC (Comitati Unitari di Campo). All'Asinara erano in maggioranza i brigatisti
così i comitati, all'inizio espressione delle necessità
e della situazione di noi tutti, divennero un organismo politico improntato
al "centralismo democratico", bisticcio lessicale tanto caro
a nonno Lenin. Dissi ai brigatisti che non avevo nulla in contrario a
forme organizzative compartimentate e ristrette purché provvisorie
e funzionali all'ottenimento di un risultato, ma se questi CUC divenivano
organismi politici permanenti, non volevo farne parte. Avrei partecipato
a tutte le lotte ma non alla loro gestione politica. La prima lotta (distruzione
dei citofoni ai colloqui e rifiuto di tutti i prigionieri di rientrare
nelle loro celle) si concluse con il massacro di una settantina di noi.
Io finii in coma e portato in elicottero all'ospedale dì Sassari.
Il mio ricovero fu tenuto segreto e dopo due giorni fui riportato all'Asinara.
La mia compagna di allora riuscì a sapere e divulgò la notizia
ed il terzo giorno rimbalzò su tutti i mezzi d'informazione. Venne
una delegazione dì parlamentari che poté constatare il massacro.
Fu aperta un'inchiesta e la direzione dell'Asinara si trovò in
grande difficoltà. Una settimana dopo distruggemmo le due sezioni
speciali senza che le guardie osassero intervenire. Rese inagibili le
sezioni, fummo provvisoriamente dislocati nelle varie diramazioni "normali"
dell'isola, in attesa d'essere trasferiti altrove. Pochi giorni dopo queste
lotte, riuscii a consegnare alla mia compagna un resoconto che fu tempestivamente
pubblicato in un opuscolo dalle edizioni di "Anarchismo". Questo
mandò su tutte le furie i brigatisti ed i più beceri si
divertivano a ricordare a noi anarchici Kronstadt e Barcellona. Una mia
"lettera aperta ai compagni esterni" fu pubblicata
su tutti i giornali del movimento, che allora, nel 1978, era ancora vivo
e vegeto. La polemica rimbalzò in tutte le carceri speciali dove,
complessivamente, i brigatisti erano in minoranza e la maggioranza dei
prigionieri si schierò dalla mia parte. Questa polemica, sommata
ad una ormai evidente debolezza politica dei brigatisti (ricordate lo
slogan del movimento "Né con le Brigate Rosse né
con lo Stato!"?), sancì la fine dei CUC ed al suo posto
nacquero i CUB (Comitati Unitari di Base) organismo "aperto"
che per un po' rappresentò tutti i prigionieri. Anche "A rivista
anarchica" pubblicò la mia lettera insieme ad una risposta
di Curcio sotto il titolo "Anarchici e stalinisti".
Fui contattato da varie parti politiche ed anche da organismi dello stato
perché, partendo dalla polemica che mi aveva coinvolto, qualcuno
intendeva usarmi per creare ulteriori divisioni tra i prigionieri. Ma
non mi prestai a questo gioco. Appena l'Asinara fu ristrutturata, unico
compagno tra quelli che parteciparono alla rivolta, vi fui rispedito da
Palmi. Poi, dopo alcuni scontri con gli sbirri di là, finii a Nuoro,
partecipando alla rivolta che anche là distrusse le sezioni speciali.
Ma ormai si era all'epilogo. La debolezza esterna dei compagni si ripercosse
all'interno delle carceri. Iniziò la stagione dei "pentimenti"
e delle "dissociazioni" di massa. Gli intellettuali che avevano
giocato alla guerra, nuovi figliol prodighi, ritornarono nel loro elitario
Habitat. Diffidare sempre degli intellettuali professionisti! Tessono
ragnatele pesanti come catene sui sogni degli uomini liberi. E dal tempo
degli antichi scriba egizi, di deflorazione in deflorazione, riescono
sempre a ricostruire la loro verginità. Una quindicina d'anni fa,
per costoro, scrissi quest'epitaffio:
"La miseria esistenziale dell'intellettuale è il suo essere
dilaniato dalla contraddizione tra l'universalità del suo sapere
ed il particolarismo della classe dominante di cui è il prodotto.
E così si dibatte incarnando l'hegeliana "coscienza infelice"
tra referenti da abbandonare e da conquistare... E con questa cattiva
coscienza, sorgente del suo malessere, s'allinea ora con il proletariato,
ora con i marginali, ora con il terzo mondo, cercando punti fermi sui
quali rifondare le proprie rovine, riproponendosi sempre come soggetto
attivo, come intellighentia che, rispetto ai fenomeni sviscerati e sezionati
col microscopio del sapere, si autopropone come avanguardia esterna dall'alto
di quel sapere rubato ai suoi antichi padroni. Tra alterne sorti si dibatte
nella disperazione d'essere un eterno orfano. Orfano dei padroni abbandonati
senza rifiutarne i privilegi. Orfano del proletariato che sempre lo ha
istintivamente rigettato come corpo estraneo. Orfano del terzo mondo che
non ha tempo per sintonizzarsi su intelligenti analisi dovendo risolvere,
giorno dopo giorno, i suoi urgenti problemi di sopravvivenza. D'esclusione
in esclusione, d'elisione in elisione, d'erosione in erosione, s'è
ritrovato con altri in un unico ghetto. Allora, spaventati e coinvolti
dalle variabili impazzite uscite dalle loro teorizzazioni, hanno incominciato
a negoziare la resa sulla pelle di tutti: per reintegrare la loro iniziale
posizione di intellighentia. Miserie nella miseria, plagianti plagiati,
ma privilegiati che da sempre trovano il nido caldo del figliol prodigo
che ritorna alle sue origini... "
Costoro col pentimento o la dissociazione oppure coi benefici dello stato
che intendevano combattere "senza tregua!", ora sono
quasi tutti fuori. Ne è rimasto in carcere un pugno. Meno di una
decina di questi, in carcere da decenni, si sono chiusi in un dignitoso
silenzio. Non chiedono nulla, rifiutano "benefici" dello stato
che, se richiesti, ne determinerebbero l'immediata libertà. Altri,
rifugiati all'estero, attendono l'amnistia o la "soluzione politica"
per rientrare. E le carceri, ora governate con la carota ed il bastone,
sono più floride che mai e traboccano di disperati. Bene, credo
che basti.
30
gennaio 2000 "Umanità Nova" (brano centrale dell'intervista
sul film a Horst Fantazzini)
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