Horst Fantazzini

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Da "Seme anarchico" - periodico, anno 20 n° 3 luglio 1999

"E' ora di uscire" - il caso Horst Fantazzini

Il 25 aprile scorso nelle principali città italiane è uscito il film: "Ormai è fatta", per la regia di Enzo Monteleone (con Stefano Accorsi nella parte di Horst Fantazzini, Francesco Guccini in quella di suo padre Libero). Il titolo dell’opera cinematografica è identico al libro scritto negli anni settanta (pubblicato dall’editore veronese Bertani nel 1976) dal compagno Horst Fantazzini (figlio dell'anarchico bolognese Libero, attivissimo nella lotta contro il fascismo e il nazismo), che negli anni sessanta praticò una serie di espropri in alcune banche. L'arma di Horst era una pistola giocattolo e quindi nel corso delle sue "operazioni" non rimase mai ferito nessuno tanto da meritarsi l’appellativo di "bandito gentile". Le sue peripezie iniziano nel 60 con il primo arresto e la prima condanna a 5 anni di prigione. Nel 1968 quando Horst si trova nel carcere di Fossano (Cuneo), il tribunale lo condanna a 22 anni di carcere; l'intento persecutorio dello Stato diventa evidente. Fantazzini medita allora un’evasione, ma una serie di imprevisti lo costringe al ferimento di due guardie e al sequestro di altrettante. E' il 23 luglio del '73, sono le 9,30; fallito l'originario progetto di fuga, Horst tratta la sua improbabile liberazione col magistrato, col direttore del carcere e con gli altri graduati dei carabinieri e della polizia che si alternano al telefono. La giornata trascorre con lentezza logorante e alle 22 quando le sue condizioni sembrano state accettate (chiedeva una macchina e alcuni milioni di lire), l'apparato repressivo compie la sua "brillante" operazione. Uscito nel cortile del penitenziario con gli ostaggi, Horst si avvicina all’automobile e dopo alcuni secondi che le due guardie sono entrate nell’abitacolo, il compagno viene colpito da una pioggia di proiettili sparati da numerosi tiratori scelti. L'aggressione di un cane poliziotto lo preserva dai colpi mortali. Horst è ferito gravemente da sette pallottole, una delle quali in testa. L'intenzione delle autorità era quella, evidente, di ucciderlo. Trasportato all’ospedale di Fossano, Fantazzini viene operato d’urgenza. Il film di Monteleone termina con la convalescenza di Horst e le immagini della sua successiva evasione dal carcere di Sulmona. L’opera cinematografica ha suscitato un notevole interesse nei mass-media e alcuni personaggi del mondo dello spettacolo e della cultura si sono espressi favorevolmente per una revisione del caso giudiziario e per una eventuale liberazione del compagno bolognese. Voglio ricordare che Horst ha già scontato più di trent’anni ma secondo il perverso calcolo giudiziario, viziato dalla foga addizionale delle pene, la sua pena supera quella dell’ergastolo! Ne deve scontare altri venti, uscendo nel 2024, a ottantacinque anni di età! Da qualche tempo si è costituito un comitato nazionale per la sua liberazione che svolge principalmente un'attività di sensibilizzazione del caso in questione. Il comitato non ha (e non vuole avere) una precisa connotazione ideologica. La sua finalità è quella di far uscire al più presto dal carcere un uomo su cui si è accanito il meccanismo repressivo statale. La "ragione" di una feroce persecuzione va innanzi tutto individuata nell’intento di spegnere l’anarchismo di Horst e quindi tutti quegli apsetti della sua personalità che ne fanno un individuo "pericoloso" per vivere libero nella società. Ad Alessandria (città dove è recluso) il 26 aprile scorso, in occasione della proiezione del film in un cinema cittadino, alcuni membri del comitato hanno fatto un volantinaggio e una raccolta di firme per sollecitare le autorità giudiziarie a rilasciare il permesso a Fantazzini di vedere l’opera (possibilità negata pochi giorni prima dal magistrato di sorveglianza). Nella sala del cinema è stato fatto anche un breve intervento esplicativo sulla situazione giudiziaria e umana di Horst. L'iniziativa ha suscitato una buona attenzione a livello locale tanto che pochi giorni dopo Horst ha potuto vedere il film (in cella) riprodotto su videocassetta. Ritengo importante l’impegno di un comitato di liberazione, non solo per le sue finalità immediate, la libertà di un individuo sequestrato dallo Stato; ma come base (costruzione di una rete di rapporti umani) per sviluppare un progetto di radicale liberazione sociale e umana. Il caso giudiziario di Horst (tra quelli innumerevoli, purtroppo sconosciuti) deve sollecitare una profonda critica nei confronti non solo del sistema carcerario (che va rifiutato in toto) ma dell’intero apparato giudiziario, statale ed economico che ne garantisce l’esistenza. Non si può intervenire soltanto sugli effetti di una malattia senza debellarne la causa. Le origini delle sofferenze individuali, dalla povertà al disagio psicologico ed esistenziale, sono in gran parte individuabili nelle varie ingiustizie sociali ormai profondamente radicate nel tessuto umano e biologico dell’intero pianeta. Debellare il virus tenace del potere (statale ed economico) è possibile soltanto realizzando una rivoluzione sociale che abbia come principali obbiettivi l’esproprio collettivo della proprietà privata e dei mezzi di produzione attraverso la pratica dell’autogestione (l’esperienza storica del 36 attuata dall’anarchismo iberico è un punto di riferimento fondamentale). Ribadendo nella pratica quotidiana i principi rivoluzionari dell’anarchismo, verrebbero così superate le sterili discussioni sul sistema carcerario (e le sue "democratiche" riforme) che in una società di liberi e uguali non avrebbe più ragione di esistere.

Guido Durante