Skacco al Re
Giornale di controinformazione da Arezzo e Valdarno, n.4 aprile
2002
Fantazzini
parla
Horst Fantazzini, ma chi era? Qualcuno se lo è
domandato quando è arrivata nei circuiti dell'informazione 'alternativa'
(ma anche in quelli ufficiali) la notizia della sua morte, per qualcun
altro, che magari conosceva già la sua storia, è arrivata
la notizia che aggiungeva l'ultimo
capitolo alla storia eccezionale di quest'uomo. Militante anarchico,
da
sempre, figlio un anarchico 'eccellente' della sua regione, l'Emilia
Romagna.
Ingabbiato in prigione per la gran parte della sua vita, sempre imputato
di rapine e altri reati comunque mai legati alla violenza contro le
persone. Radicale e militante, cosciente e determinato, ma soprattutto,
un pezzo, un frammento, una parte di un insieme di cui lui rivendicava
di essere parte. Fantazzini era inserito organicamente del panorama
del movimento di classe italiano, nella componente anarchica. Con le
sue convinzioni profondamente rispettose dell'uomo, il disprezzo per
gli affamatori,
i tiranni, con la sua pratica di esproprio alle banche, coerente fino
in fondo con quello che diceva e pensava, coerente fino alle estreme
conseguenze. Perché sottolineiamo che Fantazzini non era un eroe
solitario? Perche ci sentiamo in dovere, a ridosso della sua morte,
di sottolineare che Fantazzini era impegnato in qualcosa che andava
ben oltre la sua
persona e la sua storia individuale? Guardatevi i servizi realizzati
dai mezzi
di informazione borghesi, troverete un immagine di Fantazzini romantica,
un 'brigante buono', un cocciuto bandito moralista che con la sua storia
non suscita risentimento, ma anzi esprime quella stravaganza che tanto
bene si vende nelle edicole e in TV. Fantazzini questo non era. Lui
stesso si sente in dovere di distaccarsi da una possibile strumentalizzazione
della sua figura in questo senso quando parla del film, a lui dedicato
qualche anno fa, da un regista italiano. Fantazzini sapeva di essere
a
rischio strumentalizzazione, e noi vogliamo contribuire con
il nostro giornale a dare una immagine di Fantazzini quanto più
possibile aderente a quello che Fantazzini stesso diceva di sentirsi.
Eccolo in una intervista del 1994, l'unica di cui ci sia notizia pubblica.
Fonte: Umanità Nova n.3 del 30/01/00
D. Puoi parlare delle tue lotte durante la lunga detenzione? Nel film
questo aspetto viene eluso.
R. Parlare di lotte in carcere oggi è come riesumare dolcemente
ricordi da un sarcofago, tanto è il cambiamento verificatosi,
negli ultimi quindici anni, del luogo e dei suoi disperati abitanti.
Dal sarcofago emergono i ritratti d'uomini ch'erano vivi ed orgogliosi
ma che sono stati piegati, spezzati, dispersi. Uomini che rivendicavano
con passione la loro dignità e cercavano senza mediazioni la
loro libertà. Uomini che sono morti sui tetti durante le rivolte
e che nessuno ricorda più. Uomini che, nell'incontro con i primi
compagni incarcerati, avevano scoperto che la vita e la lotta possono
avere significati più alti dei loro piccoli desideri ed egoismi.
La fine degli anni sessanta e tutti gli anni settanta sono stati stagioni
di lotte che non si ripeteranno più. Carceri distrutte e gallerie
verso la libertà. Personalmente ho partecipato a decine di lotte
piccole e grandi. Ho visto
la distruzione della sezione speciale dell'Asinara, di quella di Nuoro
e di quella di Trani e quelle lotte mi sono costate un "bonus"
di oltre vent'anni in più da scontare. Oggi il carcere è
"pacificato" e l'aria che vi si respira è di pesante
rassegnazione. La "popolazione" è mutata radicalmente
e la quasi totalità è data da tossicodipendenti e piccoli
e medi spacciatori. Il loro problema prioritario è quello di
continuare a trovare o continuare
a spacciare le loro dosi quotidiane. Non vi sono quasi più compagni.
Ad
Alessandria ne ho lasciati tre. Qui non ve ne è nessuno. I mafiosi
sono sotto la cappa del 41/bis, una riedizione di quello che per noi,
anni fa, era l'art. 90, cioè un regolamento interno restrittivo
all'interno d'un regolamento di per sé già stretto.
Oggi sono quasi tutti giovani e giovanissimi e il carcere non è
altro che
l'enorme contenitore di un disagio sociale che nessuno vuole o sa risolvere.
Non mi sono mai sentito così "straniero" in carcere.
Resisto cercando d'estraniarmi da tutto quanto mi circonda, rifugiandomi
nei miei
libri e parlando con il mio computer. Mi danno forza i rapporti con
l'esterno e l'amore che ne ricevo. A' da passà a nuttata, diceva
il caro Eduardo. Ecco, cari compagni, non posso fare altro che cercare
di resistere, nell'attesa che si decida ad arrivare Godot. Qualcuno
sa dove s'è incagliato?
D. Durante queste lotte hai dovuto scontrarti non solo con il potere
carcerario ma anche con il "contropotere". Vuoi raccontarci
come è andata?
R. Tra la fine degli anni settanta e la metà degli anni ottanta,
le carceri erano piene di compagni. Le carceri speciali erano una decina:
Cuneo, Novara, Fossombrone, Trani, Termini Imerese, Favignana, Pianosa,
l'Asinara e Nuoro. Voghera per le compagne. Poi c'erano sezioni speciali
in quasi tutte le altre carceri. Per una decina d'anni, noi detenuti
"differenziati" non abbiamo più avuto rapporti con
gli altri detenuti. Era prassi tenerci in carceri il più possibile
lontane da casa, per rendere estremamente difficoltosi i colloqui, che
comunque venivano effettuati con vetri divisori e citofoni. La corrispondenza
era sottoposta a censura. Non potevamo ricevere pacchi di viveri dall'esterno,
era consentita solo la ricezione di libri ed indumenti. Non tutte le
carceri speciali erano "specializzate" allo stesso modo: alcune,
come Fossombrone e Cuneo, erano più "morbide" dell'Asinara
o Novara.Credo che allora noi fossimo trattati come cavie sulle quali
si studiavano i comportamenti e le reazioni rispetto alle gradualità
del "trattamento", che spaziava dalle ore di socialità
(spazi ed attività da convivere insieme durante alcune ore della
giornata) all'isolamento duro e crudo dell'Asinara (due o tre per cella,
sempre gli stessi, con periodiche rotazioni decise dal monarca dell'epoca,
direttore Cardullo).
Chiaramente, compagni inventati e ribelli venduti, vivevano in mezzo
a noi, per un controllo più efficace, fatto di cui acquisimmo
certezza più tardi. Belushi diceva che quando il gioco si fa
duro, i duri iniziano a giocare. Ed è vero. È incredibile
la creatività che l'uomo riesce a sprigionare nei momenti difficili.
Il trattamento duro cementa il gruppo e dilata la solidarietà.
Eravamo tutti uniti contro di "loro" ed inventavamo canali
di comunicazioni incredibili per rompere l'isolamento fisico. All'Asinara,
per mesi, gli occupanti di una cella non riuscivano a vedere gli occupanti
delle celle adiacenti, ma tutte le celle comunicavano tra di loro.
Ci sarebbe da scrivere un libro su tutti gli accorgimenti da noi inventati
per superare l'isolamento cui eravamo sottoposti, ma l'argomento, ora,
è un altro. Per preparare le lotte ed un'eventuale evasione era
necessario darsi una rigida compartimentazione, nacquero così
i CUC (Comitati Unitari di Campo). All'Asinara erano in maggioranza
i brigatisti così i comitati, all'inizio espressione delle necessità
e della situazione di noi tutti,
divennero un organismo politico improntato al "centralismo democratico",
bisticcio lessicale tanto caro a nonno Lenin. Dissi ai brigatisti che
non avevo nulla in contrario a forme organizzative compartimentate e
ristrette purché provvisorie e funzionali all'ottenimento di
un risultato, ma se questi CUC divenivano organismi politici permanenti,
non volevo farne parte. Avrei partecipato a tutte le lotte ma non alla
loro gestione politica. La prima lotta (distruzione dei citofoni ai
colloqui e rifiuto di tutti i prigionieri di rientrare nelle loro celle)
si concluse con il massacro di una settantina
di noi. Io finii in coma e portato in elicottero all'ospedale dì
Sassari. Il mio
ricovero fu tenuto segreto e dopo due giorni fui riportato all'Asinara.
La mia
compagna di allora riuscì a sapere e divulgò la notizia
ed il terzo giorno
rimbalzò su tutti i mezzi d'informazione. Venne una delegazione
dì parlamentari che poté constatare il massacro. Fu aperta
un'inchiesta e la direzione dell'Asinara si trovò in grande difficoltà.
Una settimana dopo distruggemmo le due sezioni speciali senza che le
guardie osassero intervenire. Rese inagibili le sezioni, fummo provvisoriamente
dislocati nelle varie diramazioni "normali" dell'isola, in
attesa d'essere trasferiti altrove. Pochi giorni dopo queste lotte,
riuscii a consegnare alla
mia compagna un resoconto che fu tempestivamente pubblicato in un
opuscolo dalle edizioni di "Anarchismo".
Questo mandò su tutte le furie i brigatisti ed i più beceri
si divertivano a ricordare a noi anarchici Kronstadt e Barcellona.
Una mia "lettera aperta ai compagni esterni" fu pubblicata
su tutti i giornali del movimento, che allora, nel 1978, era ancora
vivo e vegeto. La polemica rimbalzò in tutte le carceri speciali
dove, complessivamente, i brigatisti erano in minoranza e la maggioranza
dei prigionieri si schierò dalla mia parte. Questa polemica,
sommata ad una ormai evidente debolezza politica dei brigatisti (ricordate
lo slogan del movimento "Né con le Brigate Rosse né
con lo Stato!"?), sancì la fine dei CUC ed al suo posto
nacquero i CUB (Comitati Unitari di Base) organismo "aperto"
che per un po' rappresentò tutti i prigionieri. […]
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